«E io gradirei sapere com'è successo» ribattei, infervorata.
«Se mi sta chiedendo se è stato il nostro ufficio a informare la stampa di questo incontro, la mia risposta è no.»
Rimasi zitta.
«Dottoressa, non sono affatto certo che lei capisca che, in quanto funzionari di stato, dobbiamo agire seguendo regole diverse. In un certo senso ci viene negato il diritto a una vita privata, o forse sarebbe meglio dire che se la nostra etica o il nostro giudizio vengono messi in discussione, l'opinione pubblica ha a sua volta il diritto di esaminare, in certi casi, anche gli aspetti più intimi della nostra esistenza. Prima di prendere qualsiasi iniziativa, anche solo di staccare un assegno, ho il dovere di chiedermi se ciò che sto per fare reggerebbe l'esame più attento e minuzioso da parte dei miei concittadini.»
Notai che parlava quasi senza gesticolare, e che il tessuto e il taglio del completo e della cravatta che indossava erano una sorta di monumento alla stravaganza frustrata. La mia attenzione saltava di particolare in particolare, mentre il governatore continuava nella sua filippica e io sapevo perfettamente che nulla di quanto avessi fatto o detto avrebbe mai potuto salvarmi davvero. Sebbene a incaricarmi ufficialmente fosse stato il commissario ai servizi socio-sanitari, non avrei mai potuto aspirare a quel posto, né conservarlo a lungo, senza l'indiretto sostegno del governatore. Il modo più veloce che avevo per perderlo era causargli imbarazzo o provocare un conflitto, due cose che peraltro avevo già provveduto a fare. Lui aveva il potere di costringermi a rassegnare le dimissioni; io quello di temporeggiare ancora un po', minacciandolo di aumentare il suo imbarazzo.
«Dottoressa, le spiacerebbe dirmi come si comporterebbe lei al mio posto?»
Oltre la finestra, la pioggia si stava trasformando in nevischio e i grandi palazzi delle banche si ergevano tetri sullo sfondo di un deprimente cielo color grigio peltro. Fissai il governatore in silenzio, poi ripresi a parlare con voce calma.
«Governatore Norring, penso che non convocherei il capo medico legale nel mio ufficio solo per insultarla gratuitamente, sia sul piano professionale sia sul piano personale, e poi chiederle di rinunciare ai diritti universalmente garantiti dalla nostra Costituzione.
«Inoltre, penso che riterrei questa persona innocente fino a prova contraria, e che non comprometterei la sua etica e il patto ippocratico cui ha prestato giuramento chiedendole di sottoporre a pubblico esame documenti a carattere altamente confidenziale, rischiando in questo modo di danneggiare se stessa e altre persone. Mi piacerebbe pensare, governatore Norring, che non lascerei una persona che ha finora servito fedelmente lo stato senza altra scelta che quella di rassegnare le proprie dimissioni.»
Il governatore sollevò distrattamente una stilografica d'argento, soppesando le mie parole. Dimettermi al termine di un incontro con lui avrebbe implicato per tutti i giornalisti in agguato dietro la porta che Norring mi aveva chiesto di agire in un modo che reputavo contrario alla mia etica.
«Non ho alcun interesse che lei si dimetta proprio ora» disse infine, in tono gelido. «Anzi, non accetterei nemmeno le sue dimissioni. Io sono un uomo giusto, dottoressa Scarpetta, e spero anche saggio. E la saggezza mi suggerisce che non posso permettere a una persona direttamente o indirettamente implicata in un caso di omicidio di eseguire autopsie legali sui corpi di altre vittime di omicidio. Ritengo dunque opportuno sollevarla temporaneamente dal suo incarico, fino alla risoluzione dei casi.» Detto ciò, prese il telefono. «John, saresti così gentile da riaccompagnare il capo medico legale all'uscita?»
L'addetto stampa ricomparve quasi all'istante.
Appena emersi dagli uffici del governatore, mi ritrovai letteralmente assediata dai giornalisti. La tempesta dei flash tornò ad accecarmi ed ebbi la sensazione che tutti mi gridassero nelle orecchie. Da quel momento la notizia del giorno fu che il governatore mi aveva temporaneamente sospeso dall'incarico affinché potessi scagionarmi da ogni accusa. Un editoriale arrivò a sostenere che Norring si era in tal modo dimostrato un vero gentiluomo, e che se io fossi stata una vera signora avrei spontaneamente rinunciato al mio posto.
11
Venerdì rimasi a casa, davanti al camino, immersa nella tediosa e frustrante occupazione di ricostruire attraverso prove documentarie tutti gli spostamenti compiuti nelle ultime settimane. Sfortunatamente, all'ora in cui la polizia riteneva che Eddie Heath fosse stato adescato all'uscita del negozio io mi trovavo in macchina, diretta a casa dopo una giornata di lavoro. Quando Susan era stata assassinata invece ero già a casa, da sola perché Marino aveva portato Lucy a sparare. Ed ero sola anche il mattino presto in cui avevano sparato a Frank Donahue. In altre parole, non avevo alcun testimone in grado di deporre a mio favore.
Il movente e il modus operandi sarebbero naturalmente stati i punti più difficili da sostenere davanti alla giuria: l'esecuzione infatti è una modalità estremamente inconsueta per un'assassina donna, senza contare la totale mancanza di moventi nel caso di Eddie Heath, a meno che non fossi una sadica perversa.
Ero ancora immersa nei miei pensieri, quando Lucy mi chiamò. «Zia, vieni. Ho trovato qualcosa.»
Era seduta davanti al computer, la sedia girata di lato, i piedi appoggiati su uno sgabello. Aveva in grembo una quantità di fogli, e sulla destra della tastiera c'era appoggiata la mia Smith & Wesson calibro trentotto.
«Cosa ci fa qui la mia pistola?» chiesi, turbata.
«Pete mi ha consigliato di esercitarmi sparando a salve ogni volta che ne avevo la possibilità. Così ho fatto un po' di allenamento mentre il programma esaminava i vari archivi delle modifiche.»
Presi la pistola, premetti il perno e aprii il tamburo per controllare le camere di caricamento.
«Mi mancano poche registrazioni ancora, ma credo di avere già trovato quello che cercavamo» disse.
Accostai una sedia alla scrivania, sentendomi sopraffare da un'ondata di ottimismo.
«L'archivio su nastro del nove dicembre indica tre interessanti TU.»
«TU?» chiesi.
«Tenprint Updates» spiegò Lucy. «Aggiornamenti impronte. Stiamo parlando di ben tre registrazioni, zia. Una è stata completamente cancellata. Il numero SID di un'altra è stato alterato, e poi abbiamo una terza registrazione completamente nuova, inserita più o meno contemporaneamente alla cancellazione e modifica delle altre due. Allora sono andata nella CCRE e ho digitato i numeri SID delle prime, e quella ritoccata riguardava Ronnie Joe Waddell.»
«E cosa mi dici di quella nuova?»
«Uhm, brutta storia. Non c'è nessun curriculum. Ho inserito cinque volte il numero SID, ma continuava a darmi solo il messaggio "nessuna registrazione". Capisci cosa significa?»
«Be', che senza un file corrispondente nella CCRE, non possiamo scoprire chi sia questa persona.»
Lucy annuì. «Proprio così. Nell'AFIS trovi le impronte di qualcuno e anche il suo numero SID, ma non ci sono nomi né altri elementi di identificazione. Il che mi fa pensare che qualcuno abbia fatto sparire la registrazione dalla CCRE. In altre parole, che anche la CCRE sia stata manomessa.»
«Torniamo a Ronnie Waddell» dissi. «Sei in grado di stabilire cos'è accaduto al suo file?»
«Ho una teoria. Innanzi tutto devi sapere che il numero SID è un codice unico fornito da un indice altrettanto unico, nel senso che il sistema non ti permette di inserire due codici uguali su cui lavorare. Se, quindi, io volessi scambiare il mio numero SID con il tuo, dovrei prima cancellarne uno, poi modificare l'altro in quello precedente e infine riprendere il primo e reinserirlo modificato.»
«E questo è ciò che pensi sia successo?» chiesi.
«Be', un movimento del genere spiegherebbe gli aggiornamenti impronte che ho trovato nell'archivio del nove dicembre.»
Quattro giorni prima dell'esecuzione di Waddell, pensai.
«Ma c'è dell'altro» aggiunse Lucy. «Il sedici dicembre, la documentazione relativa a Waddell è stata cancellata dall'AFIS.»
«Cosa?» Ero sbigottita. «Ma se poco più di una settimana fa l'analisi di un'impronta trovata a casa di Jennifer Deighton ci ha fatto risalire a lui proprio tramite l'AFIS?»
«Il sedici dicembre, alle dieci e cinquanta, esattamente novantotto minuti dopo la cancellazione del file di Waddell, l'AFIS ha subito un crash. Il data base è stato ripristinato insieme all'archivio degli aggiornamenti, ma non devi dimenticare che il backup viene fatto solo una volta al giorno, nel tardo pomeriggio. Perciò qualunque modifica effettuata nel data base la mattina del sedici dicembre, al momento dell'incidente non era ancora stata registrata nel backup. E quando il data base è tornato in funzione, lo stesso è accaduto al file di Waddell.»
«Vuoi dire che qualcuno ha alterato il numero SID di Waddell quattro giorni prima della sua esecuzione? E che tre giorni dopo l'esecuzione, qualcuno ne ha cancellato il file dall'AFIS?»
«Così sembrerebbe» disse Lucy. «Quello che però non capisco è perché chi l'ha fatto non ha semplicemente cancellato il file fin dall'inizio. Insomma, per quale motivo sobbarcarsi la fatica e il rischio di cambiare il numero SID, se poi alla fine il file lo cancelli comunque?»
Quando gli telefonai, pochi minuti dopo, Neils Vander aveva la risposta pronta.
«Non è raro che dopo la morte di un detenuto le sue impronte vengano cancellate dall'AFIS» spiegò. «Anzi, l'unica occasione in cui il file di un prigioniero deceduto non viene cancellato è quando si suppone che le sue impronte possano tornare fuori in qualche caso ancora irrisolto. Ma Waddell era in carcere da nove o dieci anni, un'assenza così lunga dalle scene da rendere inutile la conservazione delle sue impronte in archivio.»
«Quindi» dissi, «la cancellazione del suo file il sedici dicembre sarebbe stata normale routine.»
«Esatto. Invece non è stato affatto di routine cancellarlo il nove dicembre, giorno in cui secondo Lucy il suo numero SID sarebbe stato alterato, perché in quella data Waddell era ancora vivo.»
«Tu cosa ne pensi, Neils?»
«Quando cambi il numero SID di una persona, Kay, di fatto cambi la sua identità. Magari io sto esaminando davvero le sue impronte, ma nel momento in cui inserisco il numero SID corrispondente nella CCRE, non ottengo più il suo curriculum. Cioè o non ne ottengo niente, oppure ottengo dati relativi a qualcun altro.»
«Tu avevi un'impronta lasciata in casa di Jennifer Deighton» riassunsi. «Hai digitato il corrispondente numero SID nella CCRE e ti è uscito il nome di Ronnie Waddell. Adesso però abbiamo motivo di sospettare che il suo numero SID originale sia stato alterato. Perciò a questo punto non sappiamo più di chi fosse davvero l'impronta trovata sulla sedia, giusto?»
«Giusto. E a quanto pare qualcuno si è dato una gran pena affinché noi non potessimo mai scoprirlo. Non si può dimostrare che non si trattasse di Waddell, ma non si può nemmeno dimostrare che fosse lui.»
Mentre parlava, una serie di immagini mi colpì come un flash.
«Per poter affermare con sicurezza che a lasciare quell'impronta in casa di Jennifer Deighton non è stato Ronnie Waddell, mi occorrerebbe un'altra sua impronta, vecchia e affidabile, che nessuno abbia potuto manomettere. Il problema è che non so dove andarla a cercare.»
Mi tornarono alla mente scure pareti e pavimenti di legno, e delle macchie di sangue rappreso color granata.
«In quella casa» mormorai.
«Quale casa?» chiese Vander.
«La casa di Robyn Naismith.»
Dieci anni prima, all'epoca in cui l'abitazione di Robyn Naismith era stata esaminata dalla polizia, il Luma-Lite e le strumentazioni laser ancora non esistevano, così come non esistevano le tecniche di mappaggio del Dna. In Virginia non era ancora stato introdotto alcun sistema automatizzato per l'identificazione delle impronte digitali, né altri strumenti informatici in grado di rilevare e ingrandire una parziale insanguinata lasciata su un muro o su qualsiasi altra superficie. Sebbene le innovazioni tecnologiche di regola siano ininfluenti in casi da lungo tempo archiviati, ci sono alcune eccezioni. A mio parere l'omicidio di Robyn Naismith era una di queste.
Irrorando la sua casa con i nuovi prodotti chimici a nostra disposizione, forse avremmo letteralmente risuscitato la scena del delitto facendo riapparire grumi, gocce, macchie, schizzi di sangue. Il sangue cola nelle fessure, penetra nei buchi, si infila sotto pavimenti e cuscini, e, anche se negli anni le tracce possono svanire, non scompaiono mai del tutto. Così come lo scritto fantasma di Jennifer Deighton era invisibile sulla pagina bianca, allo stesso modo nelle stanze in cui Robyn Naismith era stata raggiunta e assassinata si celavano ancora tracce di sangue invisibili a occhio nudo. Nel corso delle prime indagini la polizia aveva rilevato, senza l'aiuto della tecnologia, un'impronta insanguinata. Forse Waddell se n'era lasciate dietro altre. Forse erano ancora lì.
Neils Vander, Benton Wesley e io ci mettemmo in viaggio per raggiungere l'università di Richmond, una splendida raccolta di edifici in stile georgiano che circondavano un lago fra Three Chopt e River Road. Era lì che Robyn Naismith si era laureata con lode molti anni prima, e il suo amore per quella zona era stato tale da indurla ad acquistare una casa proprio a due isolati dal campus.
La sua vecchia abitazione in mattoni, con il tetto a mansarda, sorgeva su mezzo ettaro di terreno. Appena la vidi pensai subito che era il posto ideale per uno scassinatore: il giardino era alberato e sul retro della casa troneggiavano tre imponenti magnolie che non lasciavano filtrare nemmeno la luce del sole. Difficilmente i vicini di Robyn Naismith avrebbero potuto vedere o sentire qualcosa, anche ammesso che fossero stati in casa, e quel mattino erano tutti al lavoro.
A causa delle incresciose circostanze, la casa era stata messa in vendita dieci anni prima a un prezzo decisamente basso per la zona. Scoprimmo che era stata acquistata dall'università come alloggio per il personale docente, e che aveva conservato gran parte dell'arredamento originale. Robyn era nubile, figlia unica, e i genitori, residenti nel nord della Virginia, non avevano voluto indietro i mobili, probabilmente perché non sarebbero stati in grado di tollerarne neppure la vista. La casa era stata affittata al germanista Sam Potter, uno scapolo.
La porta sul retro si aprì mentre stavamo ancora estraendo dal bagagliaio della macchina l'equipaggiamento fotografico, il set di prodotti chimici e la restante strumentazione tecnica. Un uomo dall'aria malaticcia ci salutò con uno svogliato buongiorno.
«Serve una mano?» Sam Potter scese i gradini scostandosi dalla fronte i capelli neri, lunghi e radi e fumando una sigaretta stretta fra le labbra. Era basso e tozzo, con larghi fianchi quasi femminili.
«Se vuole prendere questa scatola» rispose Vander.
Potter lasciò cadere la sigaretta, senza preoccuparsi di spegnerla con il piede. Salimmo dietro a lui i tre scalini che portavano in una piccola cucina color verde oliva, dov'erano ammassate decine di piatti sporchi e vecchi elettrodomestici. Ci condusse nella sala da pranzo, il tavolo sepolto sotto una montagna di roba da stirare, e di lì in salotto, sul davanti della casa. Posai a terra il mio carico e cercai di nascondere lo shock che ebbi nel riconoscere il vecchio televisore ancora collegato a una presa cavo nel muro, le tendine, il divano in pelle marrone, il pavimento di parquet ora segnato e opaco come il fango. Tutt'intorno erano disseminati libri e fogli, e mentre li raccoglieva senza particolare riguardo, Potter riprese a parlare.
«Come potete vedere, non sono quel che si dice un uomo di casa» esordì nel suo chiaro accento tedesco. «Per adesso metterò questa roba sul tavolo in sala da pranzo. Volete che sposti qualcos'altro?» Dal taschino della camicia bianca estrasse un pacchetto di Camel, e dai jeans sbiaditi pescò una scatola di fiammiferi. Un orologio da taschino pendeva da una striscia di cuoio attaccata a un passante della cintura, e mentre lo sfilava per controllare l'ora e si accendeva la sigaretta notai alcuni particolari. Gli tremavano le mani, aveva le dita gonfie e gli zigomi e il naso erano percorsi da una fitta rete di capillari rotti. Non aveva svuotato i portacenere, ma certo si era premurato di far sparire le bottiglie e di portare fuori la spazzatura.
«Va bene così, non c'è bisogno che sposti altro» disse Wesley. «Se mai lo faremo noi, e poi rimetteremo a posto.»
«Dicevate che questa roba chimica non danneggia nulla e non è tossica per gli esseri umani?»
«Esatto. Non sono sostanze pericolose. Lasciano solo dei residui cristallini, come quando l'acqua salata evapora» gli spiegai. «Poi cercheremo di ripulire tutto quanto.»
«Preferisco non restare qui mentre voi lavorate» disse Potter, aspirando nervosamente dalla sigaretta. «Avete idea di quanto vi ci vorrà, più o meno?»
«Spero non più di due ore» rispose Wesley. Si stava guardando intorno e, anche se il suo volto era impassibile, riuscivo a immaginare perfettamente cosa gli passava per la testa in quel momento.
Mi tolsi il cappotto, senza sapere dove metterlo, mentre Vander toglieva il cellophane a una videocassetta.
«Se finiste prima del mio ritorno, tirate bene la porta e assicuratevi che sia veramente chiusa. Non ho sistemi d'allarme.» Potter uscì passando di nuovo dalla cucina, e quando mise in moto, più che una macchina sembrava di sentir partire un camion.
«Un vero peccato» commentò Vander, estraendo due bottiglie di sostanze chimiche da una scatola. «Sarebbe potuta essere una bella casetta, invece sembra un tugurio. Avete notato le uova strapazzate nella padella appoggiata sul gas? Allora, cos'altro volete spostare?» chiese poi, inginocchiandosi sul pavimento. «Aspetto a preparare la miscela finché non sarà tutto pronto.»
«Secondo me dovremmo svuotare la stanza il più possibile. Hai le foto, Kay?» disse Wesley.
Tirai fuori le fotografie scattate sulla scena del delitto. «Avete notato che il nostro professore ha conservato i mobili della Naismith?» dissi.
«Bene, allora li lasceremo qui» rispose Vander, come se fosse normale che l'arredamento di dieci anni prima si trovasse ancora al suo posto. «Però dobbiamo eliminare il tappeto. Quello non è stato senz'altro venduto con i muri.»
«Perché?» Wesley fissò il tappeto rosso e blu intrecciato: era sudicio e arricciolato ai bordi.
«Se lo solleva, sotto vedrà che il pavimento è segnato e opaco come nel resto della stanza, quindi non può essere qui da molto tempo. E poi non ha l'aria di essere di buona fattura: non credo che sarebbe durato tanto.»
Disposi alcune fotografie per terra, ruotandole fino a ottenere la giusta prospettiva, e in base a esse decidemmo cosa eliminare dalla sala. La disposizione dei mobili era stata modificata, quindi cercammo di riprodurla il più fedelmente possibile per ricreare la scena del delitto.
«Okay, il ficus beniaminus va là» dissi, come un direttore di scena. «Ecco. Però sposta indietro il divano di circa mezzo metro, Neils. E giralo un po' di qui. La pianta si trovava a circa dieci centimetri dal bracciolo sinistro. Un po' più vicina. Perfetto.»
«No, non può essere. In questo modo i rami finiscono sul divano.»
«Sì, ma nel frattempo sono anche cresciuti.»
«Non riesco a credere che sia ancora vivo. Sembra impossibile che intorno al professore possa resistere qualcosa, tranne forse una coltura di funghi o batteri.»
«Allora, togliamo il tappeto?» chiese Wesley, sfilandosi la giacca.
«Sì, la Naismith aveva una piccola passatoia davanti alla porta d'ingresso e un tappetino orientale sotto il tavolo basso. Per il resto, il pavimento era quasi tutto scoperto.»
Wesley si mise in ginocchio e cominciò ad arrotolare il tappeto.
Mi diressi verso il televisore, ed esaminai il videoregistratore e i relativi cavi di collegamento.
«Questo dovrebbe andare contro la parete di fronte al divano e alla porta d'ingresso. Ve ne intendete di cavi e di collegamenti vari?»
«No» risposero contemporaneamente i miei due uomini.
«Ottimo. Allora ci penserò io.»
Scollegai cavo e videoregistratore, poi staccai la spina della tv e trascinai lentamente l'apparecchio sul pavimento impolverato. Ricontrollai le foto e lo spostai ancora di qualche centimetro, fino a piazzarlo esattamente davanti alla porta d'ingresso. Quindi esaminai le pareti. A quanto pareva il signor Potter era un appassionato di quadri, e in particolare collezionava le opere di un pittore dalla firma illeggibile ma a occhio e croce francese. Si trattava di schizzi a carboncino, studi di nudo femminile con abbondanti curve, chiazze rosee e triangoli vari. Li tirai giù uno per uno, appoggiandoli contro il muro della sala da pranzo. A quel punto, la stanza era praticamente vuota e io mi sentivo prudere dappertutto a causa della polvere.
Wesley si asciugò la fronte con il dorso del braccio. «Allora, ci siamo quasi?» Mi guardò.
«Direi di sì. Naturalmente non è tutto come allora: là in fondo, per esempio, c'erano tre sedie con lo schienale alto.» Indicai il punto.
«Sono nelle camere da letto» annunciò Vander. «Due in una, e una nell'altra. Devo andare a prenderle?»
«Già che ci siamo.»
Uscì dalla sala seguito da Wesley.
«Su quel muro c'era un quadro» aggiunsi. «E un altro era appeso a destra della porta del tinello. Una natura morta e un paesaggio inglese. Insomma, il nostro Potter non ha gli stessi gusti artistici di Robyn Naismith, ma per il resto gli andava bene quasi tutto.»
«Dobbiamo fare il giro della casa e chiudere tutte le veneziane e le tende» disse Vander. «Se entra ancora troppa luce, prendete un po' di quello» indicò un rotolo di cartoncino marrone appoggiato sul pavimento «e sigillate le finestre.»
Nei quindici minuti successivi la casa risuonò di passi, schiocchi, fruscii di veneziane srotolate e sibili di forbici che fendevano la carta. Di quando in quando si udiva un'imprecazione: una strisca tagliata troppo corta o il nastro adesivo che si arricciava incollandosi a se stesso. Io rimasi in sala e mi occupai dei vetri della porta d'ingresso e delle due finestre che davano sulla strada. Quando tutti e tre fummo di nuovo insieme e spegnemmo le luci, la casa risultò finalmente immersa nella completa oscurità. Non riuscivo più a vedere nemmeno la mia mano.
«Perfetto» approvò Vander, mentre riaccendevamo.
Si infilò i guanti e appoggiò sul tavolino alcune boccette di acqua distillata, sostanze chimiche varie e due nebulizzatori. «Allora, procederemo in questo modo. Scarpetta, tu dovresti spruzzare mentre io riprendo con la cinepresa, e se per caso un'area reagisce, continua a irrorarla finché non ti dico di smettere.»
«E io cosa devo fare?» si informò Wesley.
«Non intralciare le operazioni.»
«Cosa c'è lì dentro?» insistette, mentre Vander svitava i tappi di alcuni barattoli contenenti delle polveri chimiche.
«Sei proprio sicuro di volerlo sapere?» dissi io.
«Suvvia, sono grande, ormai. Potete anche dirmelo.»
«Si tratta di un reagente a base di perborato di sodio, che adesso Neils mescolerà con acqua distillata, luminolo e carbonato di sodio» spiegai, estraendo un pacchetto di guanti dalla borsetta.
«E siete sicuri che funzionerà anche con delle macchie così vecchie?» chiese Wesley.
«In realtà il sangue vecchio e decomposto reagisce al luminolo meglio delle tracce più fresche, e questo perché il grado di ossidazione è più elevato.»
«Non credo che il legno di questa stanza sia stato trattato con il sale. Lei cosa ne pensa?» Vander si guardò intorno.
«Non credo.» Poi mi girai verso Wesley. «Il problema principale con il luminolo sono le false reazioni positive. Sostanze come il rame, il nickel e i sali di rame presenti nel legno trattato.»
«Il luminolo ama anche la ruggine, lo iodio, la candeggina e la formalina» aggiunse Vander. «Più le perossidasi delle banane, dell'anguria, del cedro e di molti altri vegetali. Persino del rafano.»
Wesley mi lanciò un sorriso.
Vander aprì una busta e ne estrasse due quadrati di carta filtrante macchiati di sangue rappreso e diluito. Poi aggiunse la miscela A alla miscela B e ordinò a Wesley di spegnere le luci. Un paio di rapide nebulizzazioni e sul tavolino apparve una luce azzurra fluorescente, che quasi altrettanto velocemente scomparve.
«Tieni» mi disse Vander.
Sentii la bottiglia di spray sfiorarmi il braccio. La presi. Una minuscola lucina rossa occhieggiò nel buio appena Vander schiacciò il pulsante POWER della cinepresa, poi accese anche la lampada per le riprese in notturna. La sua luce bianca si posava ovunque si posasse lo sguardo di Neils.
«Dove sei?» mi chiese Vander, dalla mia sinistra.
«Al centro della stanza. Sento il bordo del tavolino contro la gamba» dissi, come quando da bambina giocavo a nascondino al buio.
«Io mi tengo fuori dei piedi» annunciò Wesley dalla zona della sala da pranzo.
La luce bianca di Vander mi venne lentamente incontro. Lo toccai sulla spalla. «Tutto a posto?»
«Sto riprendendo. Tu comincia e vai avanti finché ti dico basta.»
Mentre irroravo il pavimento con lo spray, l'indice costantemente premuto, cominciò ad alzarsi una nebbiolina e forme e configurazioni geometriche presero corpo intorno ai miei piedi. Per un attimo fu come sorvolare nel buio la pianta illuminata di una città. Antiche particelle di sangue intrappolate nelle fessure del parquet emettevano un bagliore azzurro-biancastro che svaniva e riappariva a velocità incredibile. Continuai a spruzzare, senza rendermi bene conto di dove mi trovavo nella stanza, ma ovunque vedevo impronte di scarpe. Inciampai nel ficus, e sul poggiavaso comparvero sottili striature biancastre. Alla mia destra, alcune impronte di mani costellavano la parete.
«Luci» disse Vander.
Wesley accese il lampadario centrale, e Vander montò la cinepresa da trentacinque millimetri su un treppiede. L'unica fonte di luce in tutta la stanza, adesso, sarebbe stata quella del luminolo, e perché restasse impressionata sulla pellicola sarebbe occorso un tempo di esposizione molto lungo. Presi un nebulizzatore pieno e, quando le luci furono di nuovo spente, tornai a irrorare le impronte delle mani sulla parete, mentre l'obiettivo catturava una sequenza di immagini sinistre. Poi ci spostammo. Sul rivestimento in legno e sul pavimento apparirono ampie strisce luminose e, in corrispondenza delle cuciture, i profili squadrati dei cuscini del divano in pelle sembravano tracciati con mano discontinua da un pennello al neon.
«Puoi sollevarli?» chiese Vander.
Uno per uno feci scivolare i cuscini sul pavimento, irrorando l'intelaiatura dei sedili. Sullo schienale apparvero nuove strisce e macchie, mentre sul soffitto della stanza si accese una costellazione di minuscole stelline. I primi falsi positivi li ottenemmo dal televisore, quando le parti metalliche intorno ai pulsanti, allo schermo e agli spinotti si illuminarono di sfumature lattiginose. Il televisore in sé non rivelò nulla di eccezionale, tranne forse un paio di macchioline, ma il pavimento di fronte, là dove il corpo di Robyn era stato rinvenuto, parve letteralmente impazzire. Le tracce di sangue erano così abbondanti da evidenziare fedelmente i contorni e le venature delle assicelle di parquet. Un segno di trascinamento svaniva a poche decine di centimetri dal punto di massima concentrazione della luminescenza, e poco più in là si scorgeva uno strano motivo ad anelli tangenti lasciati da un oggetto dalla circonferenza leggermente inferiore a quella di una palla da pallacanestro.
Le nostre ricerche non si fermarono alla sala. Iniziammo a seguire le impronte delle scarpe. Di tanto in tanto eravamo costretti a riaccendere le luci per rinnovare la miscela di luminolo o spostare qualche oggetto che ci ingombrava il passaggio, soprattutto tra i cumuli di spazzatura linguistica in quella che un tempo era stata la camera da letto di Robyn Naismith, ora occupata dal professor Potter. Il pavimento era sepolto sotto una montagna di fogli, riviste, relazioni e decine di libri scritti in tedesco, francese e italiano. C'erano vestiti ovunque, come se un uragano avesse scardinato l'armadio, disseminando il contenuto dei cassetti al centro della stanza. Li raccogliemmo alla meglio, ammucchiandoli sul letto matrimoniale disfatto. Quindi tornammo alla scia di tracce di sangue lasciata da Waddell.
Portava in bagno, dove entrai seguita a ruota da Vander. Macchie e impronte di scarpe ricoprivano il pavimento, e accanto alla vasca da bagno c'erano gli stessi segni circolari trovati in sala. Quando iniziai a irrorare le pareti, due enormi impronte di mani apparvero all'improvviso ai due lati della toilette. La lucina della cinepresa ondeggiò nell'aria, avvicinandosi.
Poi la voce eccitata di Vander ordinò: «Luci».
Il bagno di Potter era, per dirla con parole gentili, altrettanto maltenuto del resto della casa. Vander appiccicò il naso alla parete, scrutando l'area in cui erano apparse le impronte.
«Le vedi?»
«Uhm. Forse, ma vagamente.» Inclinò la testa di lato, quindi dalla parte opposta, strabuzzando gli occhi. «Fantastico. La tappezzeria ha lo sfondo blu scuro, quindi a occhio nudo non si vede molto. Ed è plastificata, o di vinile, ottima superficie per le impronte.»
«Gesù» esclamò Wesley, fermo sulla soglia della porta. «Sembra che non abbia pulito neanche l'asse da quando è venuto ad abitare qui. L'ultima volta non ha nemmeno tirato l'acqua.»
«Anche se di tanto in tanto avesse dato una lavata, le tracce di sangue non si lasciano eliminare così facilmente» dissi. «Su un pavimento di linoleum come questo, per esempio, il residuo penetra nella superficie porosa e il luminolo lo evidenzia benissimo.»
«Vorresti dire che se fra altri dieci anni ripassassimo di qui, si vedrebbe ancora qualcosa?» chiese Wesley affascinato.
«L'unico modo per eliminare almeno la maggior parte del sangue sarebbe ridipingere tutto, rifare i pavimenti e cambiare i mobili» commentò Vander. «Sul serio, per essere sicuri, in un caso come questo, bisognerebbe buttare giù la casa e ricostruirla daccapo.»
Wesley lanciò un'occhiata all'orologio. «Siamo qui da tre ore e mezzo.»
«Sentite, facciamo così» intervenni. «Benton, tu e io possiamo ricominciare a mettere a posto le stanze, mentre Neils intanto finisce di esaminare quello che gli interessa.»
«D'accordo. Porterò qui il Luma-Lite. Voi incrociate le dita e pregate che riesca a evidenziare i dettagli dei solchi.»
Tornammo in sala. Mentre Vander trasferiva l'attrezzatura video e il Luma-Lite in bagno, Wesley e io ci guardammo intorno: il divano, il vecchio televisore e il pavimento vecchio e segnato. Eravamo entrambi increduli: con le luci accese non si scorgeva la minima traccia degli orrori cui avevamo assistito a luci spente. In quel soleggiato pomeriggio d'inverno eravamo tornati indietro nel tempo per vedere con i nostri occhi ciò che Ronnie Joe Waddell aveva fatto là dentro.
Wesley rimase immobile accanto alla finestra rivestita con il cartoncino. «Mi fa impressione sedermi da qualunque parte o appoggiarmi a qualunque cosa. Cristo, questa casa è piena di sangue.»
Mentre continuavo a guardarmi intorno, rividi la scena del delitto narrata dai flash bianchi che squarciavano l'oscurità. Lasciai scorrere lentamente lo sguardo dal divano, al pavimento e infine al televisore.
I cuscini del divano erano ancora per terra, dove li avevo lasciati, così mi inginocchiai per controllare meglio.
Il sangue filtrato nelle cuciture marroni era assolutamente invisibile, così come lo erano le strisce e le macchie sullo schienale di pelle. Tuttavia, un esame più attento mi rivelò qualcosa di importante, anche se non necessariamente sorprendente. Sul lato di uno dei cuscini rasenti lo schienale, trovai un taglio rettilineo lungo almeno due centimetri.
«Benton, per caso sai se Waddell era mancino?»
«Mi pare di sì.»
«All'epoca pensarono che l'avesse accoltellata e percossa sul pavimento, vicino al televisore, perché intorno al cadavere c'era un lago di sangue» dissi. «Invece no. La uccise qui, sul divano. E adesso scusa, ma ho proprio bisogno di uscire. Se questo posto non fosse una tale fogna, sarei tentata di rubare una sigaretta al professore.»
«Finora sei stata così brava» rispose Wesley. «Una Camel senza filtro ti stenderebbe come una fucilata. Esci a prendere una boccata d'aria, che qui dentro ci penso io.»
Uscii, mentre Benton cominciava a strappare via il cartoncino dalle finestre.
Quella notte iniziò il Capodanno più singolare che Wesley, Lucy e io avessimo mai vissuto. Forse solo per Neils Vander non si trattò di una novità assoluta. Gli avevo parlato alle sette del pomeriggio, ed era ancora in laboratorio, ma per un uomo la cui ragione d'essere sarebbe venuta meno qualora avesse scoperto che due persone avevano le impronte digitali uguali, fare così tardi l'ultimo dell'anno era una cosa normale.
Aveva riversato in varie cassette le riprese effettuate sulla scena del delitto, e me ne aveva subito fatta pervenire una copia. Wesley e io avevamo dunque trascorso le prime ore della serata incollati al televisore, prendendo appunti e schizzando schemi, con il telecomando del videoregistratore sempre in mano per fermare, rallentare, avanzare. Nel frattempo Lucy aveva preparato la cena, e di tanto in tanto ci raggiungeva in sala per dare una sbirciatina. Le immagini luminose sullo schermo scuro non sembravano turbarla affatto, ma forse nessuno spettatore ignaro avrebbe potuto coglierne il reale significato.
Alle otto e mezzo avevamo terminato di guardare le cassette e ultimato i nostri appunti. Pensavamo di avere ricostruito i movimenti del killer dall'attimo in cui Robyn Naismith era rientrata in casa fino a quando Waddell era uscito dalla porta della cucina. In tutta la mia carriera, era la prima volta che mi capitava di ricostruire retroattivamente la scena di un delitto considerato risolto ben dieci anni prima. Tuttavia, ciò che era emerso dalle nostre indagini era importante per almeno una ragione: dimostrava che la teoria espostami da Wesley all'Homestead era giusta: Ronnie Joe Waddell non si accordava con il profilo psicologico del mostro cui stavamo dando la caccia adesso.
Le macchie, gli schizzi e le strisce latenti che avevamo individuato e seguito in casa della vittima erano il replay più fedele cui mi fosse mai capitato di assistere nella ricostruzione della dinamica di un crimine. Molti tribunali avrebbero considerato alla stregua di semplici opinioni ciò che a noi appariva ormai sicuro, ma pazienza: l'unica cosa importante era la personalità di Waddell, e noi eravamo certi di averla compresa a fondo.
Dato che le tracce di sangue rinvenute nel resto della casa erano state lasciate da Waddell, era realistico affermare che l'aggressione vera e propria avesse avuto luogo nella sala, dove la vittima era infatti deceduta. Le porte d'ingresso principale e quella della cucina avevano delle serrature che non potevano essere aperte senza chiave. Dato che Waddell era entrato dalla finestra e se n'era andato dalla cucina, ne avevamo dedotto che Robyn fosse rincasata da quest'ultima parte. Forse non si era preoccupata di richiudere la porta, ma ancor più probabilmente non ne aveva avuto il tempo. L'ipotesi era che, mentre ancora stava frugando tra i suoi effetti personali, Waddell avesse sentito la padrona di casa arrivare e parcheggiare sul retro. Allora era andato in cucina, dove aveva estratto un coltello dal set in acciaio appeso alla parete, e quando lei aveva aperto la porta, era già lì ad aspettarla al varco. L'ipotesi più verosimile era che l'avesse semplicemente afferrata e spinta in sala, dove forse le aveva anche detto qualcosa, o magari le aveva chiesto del denaro o gioielli. O magari si era intrattenuto con lei solo qualche secondo, prima che lo scontro diventasse fisico.
Quando le aveva inferto la prima coltellata, Robyn era vestita e seduta, o supina, a un'estremità del divano, vicino al ficus. Gli schizzi di sangue sullo schienale, sul coprivaso e sui pannelli di legno scuro lì vicino facevano pensare a un getto violento conseguente alla recisione di un'arteria. Lo zampillo che si produce, infatti, ricorda il tracciato di un elettrocardiogramma a causa delle fluttuazioni nella pressione arteriosa. E solo i vivi hanno una pressione arteriosa.
Dunque sapevamo per certo che, al primo assalto, Robyn Naismith era ancora viva e sul divano. Ma probabilmente non respirava più quando Waddell le aveva tolto gli abiti, che a un esame successivo avevano rivelato uno squarcio di circa due centimetri di lunghezza sul davanti della camicetta insanguinata, là dove il coltello le era penetrato nel torace ed era stato rigirato sino a tranciarle completamente l'aorta. Poi la donna era stata ripetutamente accoltellata, e anche morsicata, per cui era lecito concludere che il delirante attacco di piquerism di Waddell fosse avvenuto dopo la morte.
L'uomo che in seguito avrebbe dichiarato di non avere ucciso "la signora della tv" doveva quindi essersi improvvisamente "riavuto." Si era allontanato dal cadavere della vittima, provando forse orrore per l'accaduto. L'assenza di segni di trascinamento per terra indicava che doveva essersi caricato la donna sulle spalle, per poi depositarla sul pavimento dall'altra parte della stanza. L'aveva sistemata in posizione eretta, contro il televisore, quindi si era dato da fare per pulire. I cerchi sovrapposti rilevati dal luminolo dovevano essere stati lasciati dal fondo di un secchio che era stato portato avanti e indietro dalla sala alla vasca da bagno. Ogni volta che tornava per pulire meglio, o magari per controllare lo stato della vittima mentre finiva di saccheggiare la casa e beveva i suoi liquori, Waddell si insanguinava la suola delle scarpe, e ciò spiegava la profusione di impronte ritrovate in tutta la casa. Le azioni in sé, invece, ci rivelavano qualcos'altro: che il comportamento a posteriori di Waddell non era quello di un assassino privo di rimorsi.
«Eccolo qui, il nostro ragazzotto di campagna che arriva nella grande città tentacolare» spiegò Wesley. «Ruba per pagarsi la droga che gli consuma il cervello. Prima marijuana, poi eroina, cocaina e alla fine eroina sintetica. E un bel mattino, improvvisamente torna in sé e si scopre intento a brutalizzare il corpo di una sconosciuta.»
Il fuoco scoppiettò allegramente, mentre noi contemplavamo le grandi impronte che brillavano sullo schermo scuro.
«La polizia non ha mai trovato tracce di vomito nello scarico della toilette, o lì vicino» dissi.
«Probabilmente pulì anche quelle. Grazie a Dio però non pensò alla parete di fronte alla tazza. Chi vuoi che si appoggi a quel modo, se non uno che sta dando di stomaco?»
«Ma le impronte sono molto più in alto rispetto allo schienale della tazza» osservai. «Secondo me vomitò, e quando si rialzò gli venne un giramento di testa e sollevò le mani per appoggiarsi al muro appena in tempo per non picchiare la testa. Che ne dici? Fu proprio rimorso, o era solo suonato come una campana?»
Wesley mi guardò. «Consideriamo quello che fece con il corpo della vittima. Lo mise seduto, eretto, cercò di ripulirlo con degli asciugamani e quindi appoggiò i vestiti in un mucchietto quasi ordinato ai suoi piedi. Ora, si può vedere la cosa in due modi: o stava studiando qualche posizione oscena, e quindi intendeva mostrare il proprio disprezzo, oppure voleva esprimere in un certo senso la propria cura e preoccupazione nei confronti della vittima. Personalmente, ritengo più probabile la seconda ipotesi.»
«E la posizione in cui è stato ritrovato Eddie Heath?»
«Uhm, quella ha qualcosa di diverso. A prima vista, la posizione del secondo cadavere sembra rispecchiare quella del primo, ma c'è comunque qualcosa che non torna.»
Capii di cosa si trattava nel momento stesso in cui lo disse. «Rispecchiare» ripetei. «Lo specchio restituisce l'immagine, ma rovesciata.»
Mi lanciò un'occhiata incuriosito.
«Ricordi quando abbiamo confrontato le foto di Robyn Naismith con il disegno che riproduceva la posizione del cadavere di Eddie Heath?»
«Me lo ricordo benissimo, sì.»
«Allora dicesti che ciò che avevano fatto al ragazzo, a partire dai segni dei morsi per arrivare al modo in cui era posizionato il cadavere e ai vestiti, rispecchiava esattamente quanto era stato fatto a Robyn. Ma le impronte dei denti all'interno della coscia e sul seno erano sulla parte sinistra del corpo, mentre le ferite di Eddie, quelle che riteniamo essere state le impronte dentarie, si trovavano a destra, interessavano la spalla e l'interno della coscia destra.»
«Okay.» Sembrava ancora perplesso.
«La fotografia cui si avvicina di più la scena del delitto di Eddie è quella che mostra il corpo nudo di Robyn appoggiato al televisore.»
«Esatto.»
«Ciò che sto dicendo è che forse l'assassino del ragazzo ha visto la stessa foto di Robyn che abbiamo visto noi. Ma la sua prospettiva si basa sulla propria destra e sinistra: la destra del killer era la sinistra di Robyn, e viceversa, perché nella foto lei sta ovviamente di fronte a chi guarda.»
«Non è un bel pensiero» disse Wesley, mentre squillò il telefono.
«Zia Kay?» mi chiamò Lucy dalla cucina. «È il signor Vander.»
«Abbiamo la conferma» disse Vander all'altro capo del filo.
«Cioè che è stato Waddell a lasciare l'impronta in casa di Jennifer Deighton?» chiesi.
«No, al contrario: non è stato sicuramente lui.»
12
Nei giorni seguenti inviai a Nicholas Grueman la mia documentazione finanziaria e altre informazioni da lui richieste, il commissario ai servizi socio-sanitari mi convocò nel suo ufficio consigliandomi di rassegnare le dimissioni, e la campagna diffamatoria non accennava a diminuire. Tuttavia, sapevo cose che una settimana prima non avrei nemmeno immaginato.
Sulla sedia elettrica, la notte del 13 dicembre, era morto proprio Ronnie Joe Waddell. Ma la sua identità era ancora viva, e seminava distruzione in giro per la città. Come avevamo potuto verificare, prima dell'esecuzione il numero SID di Waddell era stato sostituito con quello di qualcun altro. Poi, il numero SID dello sconosciuto era stato cancellato dalla CCRE, la centrale di scambio dei dati sui criminali. Ciò significava che un criminale violento se ne andava a spasso commettendo delitti per i quali non aveva nemmeno bisogno di infilarsi i guanti. Se avessimo analizzato le sue impronte attraverso il sistema AFIS, infatti saremmo risaliti a un uomo ufficialmente già morto. Sapevamo che questo efferato individuo si lasciava dietro una scia di piume e di particelle di vernice, ma fino al tre gennaio del nuovo anno non potemmo avanzare congetture più precise.
Quel giorno, l'edizione del mattino del "Richmond Times-Dispatch" pubblicò un articolo pilotato sull'alto costo del piumino di edredone e la sua attrattiva per i ladri. Alle ore tredici e quattordici, l'agente Tom Lucero, responsabile della falsa indagine, ricevette la terza segnalazione della giornata.
«Buongiorno, mi chiamo Hilton Sullivan» disse una voce maschile piuttosto squillante.
«Posso fare qualcosa per lei, signore?» rispose quella profonda di Lucero.
«Telefono per quei casi che state investigando. I capi in piumino che pare vadano letteralmente a ruba. C'era un articolo sul giornale di stamattina, no? Diceva che è lei a occuparsene.»
«Infatti.»
«Be', mi fa proprio girare i cosiddetti che la polizia sia così stupida. Il giornale diceva che dal giorno del Ringraziamento, nell'area metropolitana di Richmond, sono stati rubati articoli in piumino dalle macchine, dai negozi e dalle case. Tipo trapunte, sacchi a pelo, tre giacche a vento, bla bla bla. E il giornalista faceva anche dei nomi.»
«Dove vuole arrivare, signor Sullivan?»
«Insomma, quel giornalista ha chiaramente avuto i nomi dalla polizia, no? In altre parole, da lei.»
«Si tratta di un'informazione di dominio pubblico.»
«Non è questo il punto. Voglio solo sapere per quale motivo non avete citato anche questa vittima, cioè me! Scommetto che non si ricorda nemmeno il mio nome di battesimo...»
«Spiacente, signore, ma effettivamente non lo ricordo.»
«Naturale. Un figlio di buona donna entra nel mio condominio e mi deruba, e a parte sporcare tutto con la loro maledetta polverina nera - quel giorno ero vestito in cachemire bianco - a parte quello, dico, i poliziotti non fanno un bel niente. Be', io sono uno dei vostri dannati casi, ha capito?»
«A quando risale il furto?»
«Neanche questo ricorda, santo cielo? Sono quello che ha messo in piedi un can can per il giubbotto senza maniche, no? Non fosse stato per me, non avreste nemmeno sentito parlare di piume di edredone. Lo sa cosa mi rispose l'agente a cui dissi che quell'indumento mi era costato ben cinquecento dollari in svendita?»
«Non ne ho idea, signore.»
«Disse: "E con che cosa l'avevano imbottito? Cocaina?" E io: "No, caro il mio Sherlock: piuma di edredone". Ha capito? E lui non ti va mica a pensare che convivevo con uno che si chiamava Edredone? Insomma, una storia, guardi. Comunque...»
Wesley spense il registratore.
Eravamo seduti nella mia cucina. Lucy era andata di nuovo in palestra.
«Il furto con scasso di cui parla questo Hilton Sullivan venne effettivamente denunciato sabato undici dicembre. Pare che si trovasse fuori città, e al suo rientro, quel sabato pomeriggio, il signor Sullivan scoprì di avere avuto i ladri in casa» spiegò Wesley.
«Dove si trova il condominio?» chiesi.
«Nella zona commerciale, sulla West Franklin. È un vecchio palazzo in mattoni con affitti che vanno dai quindicimila dollari l'anno in su. Sullivan abita al primo piano. Il ladro entrò da una finestra che non era stata chiusa bene.»
«Impianto d'allarme?»
«Nessuno.»
«E cosa rubò?»
«Gioielli, denaro e una calibro ventidue. Naturalmente questo non significa che il revolver di Sullivan sia lo stesso che è stato usato per uccidere Eddie Heath, Susan e Donahue. Ma, secondo me, alla fine scopriremo che è proprio così, perché non c'è dubbio che il rapinatore fosse il nostro uomo.»
«Impronte digitali?»
«In quantità. Le hanno portate alla centrale, ma con tutti gli omicidi di questi giorni un caso di furto con scasso non ha certo avuto priorità assoluta. Le latenti erano state rilevate, ma dovevano ancora essere sottoposte ad analisi. Pete è riuscito a metterci le mani sopra subito dopo la telefonata ricevuta da Lucero. Vander le ha inserite nel programma, e in tre secondi esatti ha avuto la risposta.»
«Ancora Waddell.»
Wesley annuì.
«Quanto dista il condominio di Sullivan da Spring Street?»
«È a un tiro di schioppo. Mi pare che ormai sappiamo per certo da dove è scappato il nostro uomo.»
«Avete già controllato gli ultimi rilasci?»
«Sì, ma di sicuro non lo troveremo tra i fogli di congedo sulla scrivania di qualche impiegato. Il direttore era un uomo prudente. Peccato che sia anche morto. Probabilmente liberò un detenuto, che per prima cosa pensò bene di svaligiare un appartamento e magari di procurarsi quattro ruote.»
«Ma per quale motivo Donahue avrebbe dovuto liberare un prigioniero?»
«Secondo me aveva bisogno di un lavoretto sporco. Sceglie un detenuto che gli sembra adatto e lo mette in libertà, ma compie un errore tattico puntando sull'uomo sbagliato, perché di certo l'autore di simili delitti non è tipo da accettare il controllo da parte di nessuno. Non credo che Donahue volesse far fuori qualcuno, e quando Jennifer Deighton ci lascia la pelle, cade in preda al panico.»
«Allora forse è stato lui a chiamarmi in ufficio spacciandosi per John Deighton.»
«Probabilissimo. Nelle sue intenzioni doveva esserci una semplice razzia in casa della Deighton. Il colpevole, infatti, cercava qualcosa, forse comunicazioni di Waddell. Ma il nostro uomo non si accontentò di una rapina: a lui piaceva far male alla gente.»
Pensai alle piccole depressioni nella moquette del salotto di Jennifer Deighton, alle ferite riportate sul collo, all'impronta sulla sedia nel tinello.
«Forse la fece sedere sulla sedia, in sala, e la immobilizzò con un braccio da dietro mentre la interrogava.»
«Forse voleva sapere dove nascondeva quello che lui stava cercando. Però era anche un sadico, e magari fu proprio lui a farle aprire in anticipo i regali di Natale» commentò Wesley.
«Ma una persona del genere si darebbe la pena di camuffare l'omicidio da suicidio, portando il cadavere fino alla macchina?» chiesi.
«Perché no? Il nostro uomo conosce il sistema. Non ha nessuna voglia di essere beccato, e probabilmente muore dal desiderio di vedere quanti ne riuscirà a fregare. Elimina i segni dei morsi dal corpo di Eddie Heath, a casa di Jennifer Deighton fa sparire eventuali indizi di rapina, e l'unica prova che si lascia dietro nel caso di Susan è una piuma. Oltre alle pallottole calibro ventidue, naturalmente. Per non parlare di come ha modificato le registrazioni delle impronte digitali.»
«Pensi che l'idea sia stata sua?»
«Forse del direttore, e la scelta di Waddell fu del tutto casuale: un mero fatto di convenienza. Sarebbe finito sulla sedia elettrica di lì a poco. Anch'io sceglierei Waddell, se in un momento del genere volessi effettuare uno scambio di impronte. In questo modo le latenti del colpevole condurranno a una persona già morta, e dopo un po' il file di un morto viene eliminato dai computer della polizia, così anche se il mio piccolo aiutante combina un guaio e lascia in giro degli indizi, alla fine le piste non porteranno lo stesso da nessuna parte.»
Lo guardai allibita.
«Che c'è?» chiese Wesley, sorpreso.
«Ti rendi conto di quello che stiamo dicendo? Ce ne stiamo qui seduti a chiacchierare di registrazioni che sono state alterate prima che Waddell morisse. Parliamo di una rapina e dell'omicidio di un ragazzo commessi prima dell'esecuzione. In altre parole, l'aiutante del direttore venne liberato prima della morte di Waddell.»
«Questo mi sembra fuor di dubbio.»
«Sì, ma allora qualcuno dava per scontato che Waddell sarebbe finito sulla sedia elettrica» rimarcai.
«Cristo.» Wesley trasalì. «Com'è possibile una cosa del genere? Il governatore può intervenire anche all'ultimo secondo, concedendo la grazia.»
«Evidentemente qualcuno sapeva già che non l'avrebbe fatto.»
«E l'unica persona che poteva saperlo per certo era il governatore stesso» concluse Wesley rubandomi le parole di bocca.
Mi alzai e andai alla finestra della cucina. Un maschio di cardinale piluccava semi di girasole dal beccatoio. Improvvisamente si alzò in volo, spiegando le ali in una macchia color rosso sangue.
«Ma perché?» chiesi, senza voltarmi. «Che interesse poteva avere nei confronti di Waddell?»
«Non saprei proprio.»
«Comunque sia, se le cose stanno così di certo non ha nessuna voglia che l'assassino sia catturato. Chi viene preso prima o poi parla.»
Wesley era silenzioso.
«Nessuna delle persone coinvolte vorrà che quest'uomo venga preso. E nessuna delle persone coinvolte mi vorrà tra i piedi. Forse è meglio se do le dimissioni, o verrò licenziata - penso che cercheranno di inquinare i casi il più possibile. Patterson è molto legato a Norring.»
«Ancora non sappiamo due cose, Kay. Una è il movente. L'altra, le intenzioni del killer. Questo tizio sta perseguendo un suo personale obiettivo, e l'ha fatto a partire da Eddie Heath.»
Mi girai a guardarlo. «No. Secondo me è partito da Robyn Naismith. Secondo me questo mostro ha studiato le fotografie scattate sulla scena del delitto e, consciamente o inconsciamente, l'ha ricreata in occasione del primo omicidio, quando posizionò Eddie Heath contro il cassonetto delle immondizie.»
«Potrebbe benissimo essere» disse Wesley, distogliendo lo sguardo. «Ma come poteva un detenuto accedere alle foto del caso Naismith? Certo Waddell non le aveva con sé in prigione.»
«Secondo me è uno dei particolari su cui ci potrà aiutare Ben Stevens. Ricordi quando ti dissi che fu lui ad andare a ritirare le foto dall'Archivio? Magari ne fece delle copie. La vera domanda è: perché quelle foto erano così importanti? Perché Donahue o chi per lui le voleva?»
«Perché il detenuto le aveva chieste. Forse costituivano la ricompensa per i suoi servigi.»
«Il solo pensiero mi dà la nausea.» In realtà ero furiosa.
«È comprensibile.» Wesley mi guardò negli occhi. «Ma torniamo alle intenzioni dell'assassino, ai suoi bisogni e desideri. È senz'altro possibile che avesse seguito attentamente il caso di Robyn Naismith, e che sapesse molto di Waddell. Probabilmente pensare a quello che le aveva fatto lo eccitava. Fotografie del genere possono essere uno stimolo molto forte per una persona con un'intensa vita fantastica aggressiva, che coltiva pensieri sessualmente violenti. Non mi pare azzardato supporre che questo individuo abbia letteralmente introiettato una o più di queste foto nelle sue fantasie. Poi, ecco che all'improvviso si ritrova libero, e vede un ragazzo che al buio cammina verso un negozio. La fantasia diventa realtà, viene messa in pratica.»
«Ricrea la scena della morte di Robyn Naismith?»
«Sì.»
«Quali fantasie starà accarezzando in questo momento?»
«Fantasie di persecuzione.»
«E chi lo perseguita? Noi?»
«Diciamo gente come noi, sì. Magari pensa di essere più furbo di tutti, e che nessuno lo possa fermare. Si trastulla immaginando i tiri che potrebbe fare e gli omicidi che potrebbe compiere per rinforzare queste immagini che si è costruito. E, per lui, la fantasia non è un sostituto dell'azione, bensì una fase preparatoria.»
«Donahue non può avere orchestrato da solo il rilascio di un mostro simile, l'alterazione dei file e tutto il resto» dissi.
«Infatti sono sicuro che aveva a disposizione gente pronta a collaborare, qualcuno al quartier generale di polizia, magari un addetto degli Archivi, o persino del Bureau. Sai, non è difficile comprare una persona, se conosci il modo per ricattarla. E il denaro liquido è sempre molto allettante.»
«Come nel caso di Susan.»
«Non credo che fosse lei il personaggio chiave. Sono più incline a pensare che si trattasse di Ben Stevens. Ben frequenta locali, beve drink, va alle feste. Lo sai che ogni tanto tira anche di coca?»
«Nulla mi sorprende più, ormai.»
«Ho mandato un paio di ragazzi in giro a fare un po' di domande. Il tuo amministratore conduce una vita al di sopra delle sue possibilità. E quando finisci nel giro della droga, fai dei brutti incontri. I vizi di Stevens possono averlo reso un potenziale collaboratore, agli occhi di Donahue, che probabilmente mandò degli scagnozzi ad abbordarlo in qualche bar, offrendogli l'opportunità per fare il grande salto.»
«Quale opportunità, esattamente?»
«Credo che gli abbia chiesto di fare in modo che le impronte di Waddell non venissero rilevate in obitorio, e che la foto della ditata insanguinata sparisse dall'Archivio. Probabilmente fu quello l'inizio di tutto.»
«Quindi lui pensò bene di chiedere aiuto a Susan.»
«La quale, pur non avendo voglia di farsi immischiare, si trovava in difficoltà economiche.»
«Secondo te da chi erano pagati?»
«Forse dalla stessa persona che aveva avvicinato Stevens la prima volta. Uno degli scagnozzi di Donahue, magari una delle guardie del carcere.»
Pensai a Roberts, il tizio che mi aveva fatto visitare il penitenziario insieme a Marino. Ricordai la freddezza del suo sguardo.
«Poniamo che il contatto fosse una guardia» dissi, «chi incontrava: Susan o Ben?»
«Secondo me incontrava Stevens. Stevens non si fidava a lasciare troppi soldi in mano a Susan e voleva essere il primo a toccare il contante. Come sai, i disonesti non credono mai nell'onestà altrui.»
«Dunque sarebbe lui a incontrarsi con il mediatore e a riscuotere il denaro. Dopodiché si vede con Susan e le dà la sua parte?»
«Probabilmente era questo lo scenario del giorno di Natale, quando Susan esce dalla casa dei genitori dicendo che va a trovare un'amica. In realtà stava andando da Stevens, ma il killer la intercetta prima.»
Pensai al profumo di colonia che avevo sentito sul suo colletto e sul foulard, e mi tornò in mente l'atteggiamento di Ben Stevens la sera in cui mi aveva sorpresa nel suo ufficio, mentre rovistavo la sua scrivania.
«No» dissi. «Le cose non sono andate così.»
Wesley si limitò a fissarmi in silenzio.
«Stevens ha una serie di difetti caratteriali di cui purtroppo Susan ha fatto le spese» spiegai. «Innanzi tutto pensa solo ed esclusivamente a se stesso. E poi è un codardo. Quando le cose si mettono male, non osa mettere il naso fuori dal guscio. Il suo primo impulso è far ricadere la colpa su qualcun altro.»
«Come ha fatto con te, diffamandoti e rubando i file di servizio.»
«Esempio che calza a meraviglia.»
«Ma Susan aveva depositato tremilacinquecento dollari all'inizio di dicembre, un paio di settimane prima della morte di Jennifer Deighton.»
«Vero» confermai.
«Allora torniamo indietro di qualche passo, Kay. Susan o Stevens, o magari entrambi, cercano di entrare nel tuo programma qualche giorno dopo l'esecuzione di Waddell. Abbiamo immaginato che cercassero qualcosa nel referto di quell'autopsia cui Susan non aveva potuto assistere in prima persona.»
«La busta con cui voleva essere seppellito.»
«Ah, questo è un punto tuttora rimasto oscuro. I codici riportati sulle ricevute non confermano le nostre ipotesi iniziali, e cioè che i ristoranti e le stazioni di pedaggio si trovassero tra Richmond e Mecklenburg e che risalissero al famoso trasferimento di Waddell, avvenuto due settimane prima dell'esecuzione. I tempi coincidono, le località invece no. Gli scontrini si riferiscono al tratto di I-95 fra Richmond e Petersburg.»
«Sai, Benton, in realtà la spiegazione delle ricevute potrebbe essere così semplice che non l'abbiamo mai nemmeno presa in considerazione.»
«Sono tutt'orecchi.»
«Immagino che quando vai da qualche parte per conto del Bureau tu segua la stessa procedura che seguo io quando viaggio per conto dello stato. Documenti ogni spesa e conservi tutte le ricevute, giusto? E se ti muovi spesso, tendi ad accumulare più viaggi per chiedere un unico rimborso. Nel frattempo, tieni da qualche parte le pezze giustificative.»
«Effettivamente questa sarebbe una spiegazione logica» commentò Wesley. «Poniamo che un membro del personale del carcere sia dovuto andare a Petersburg: ma come diavolo hanno fatto a finire in tasca a Waddell?»
Pensai alla busta su cui spiccava la richiesta di seppellimento nella tomba insieme a Waddell. Poi rammentai un dettaglio che mi sembrò tanto importante quanto banale: il pomeriggio del giorno dell'esecuzione, la madre di Waddell aveva ottenuto il permesso per una visita di due ore al figlio.
«Benton, hai per caso parlato con la madre di Waddell?»
«L'ha fatto Pete. Qualche giorno fa è andato a trovarla nel Suffolk. Non si è dimostrata né particolarmente amichevole né tanto meno disposta a collaborare. Ovviamente, ai suoi occhi noi siamo quelli che hanno spedito il figlio sulla sedia elettrica.»
«Dunque lei non aveva rivelato dettagli significativi sul comportamento di Waddell in quell'ultima occasione?»
«Be', stando a quel poco che ha detto, sembra che fosse molto silenzioso e spaventato. Una cosa interessante, però, è che Pete le ha chiesto cosa ne è stato degli effetti personali del figlio, e lei ha risposto che quelli del carcere le avevano restituito l'orologio e l'anello, spiegando che i libri, le poesie e tutto il resto erano stati donati al NAACP, l'associazione nazionale per l'emancipazione delle persone di colore.»
«E lei non si oppose?»
«No. Le sembrava un'iniziativa giusta.»
«Come mai?»
«Perché lei è analfabeta. Ma il fatto è che le hanno mentito, così come hanno mentito a noi quando Vander cercò di procurarsi gli effetti personali di Waddell nella speranza di ricavarne qualche impronta latente. E all'origine di queste menzogne, credo ci fosse Donahue.»
«Waddell era senz'altro a conoscenza di qualcosa» commentai. «Se il direttore del carcere era così ansioso di intercettare tutto quello che scriveva o riceveva, evidentemente era perché aveva scoperto qualcosa che certe persone non volevano che si risapesse in giro.»
Di nuovo, Wesley si fece silenzioso.
Poi mi chiese: «Come hai detto che si chiama la colonia di Ben Stevens?».
«Red.»
«E sei certa che sia la stessa che hai annusato sul colletto e sul foulard di Susan?»
«Be', magari non lo potrei giurare in tribunale, però ha una fragranza piuttosto inconfondibile.»
«Credo che per me e Marino sia venuto il momento di un tête-à-tête con il tuo amministratore.»
«Perfetto. Se mi date tempo fino a domani a mezzogiorno, credo di potervelo consegnare nel giusto stato mentale.»
«Cosa intendi fare?» chiese Wesley.
«Niente. Soltanto innervosirlo un po'.»
Quella sera stavo lavorando al tavolo della cucina, quando sentii Lucy parcheggiare la macchina in garage. Mi alzai per andare a salutarla. Indossava una tuta da ginnastica blu e una delle mie giacche a vento, e aveva con sé un borsone da palestra.
«Sono tutta sudata» annunciò sottraendosi al mio abbraccio, ma non abbastanza velocemente da impedirmi di sentire il puzzo di polvere da sparo bruciata che aveva tra i capelli. Guardai le sue mani: nella destra c'erano inequivocabili tracce di residui d'arma da fuoco.
«Aha» dissi, mentre si allontanava. «Dov'è?»
«Dov'è cosa?» chiese lei, con aria innocente.
«La mia pistola.»
A malincuore, estrasse la Smith & Wesson dalla tasca della giacca.
«Non sapevo che avessi una licenza per girare con armi nascoste» commentai, prendendole il revolver di mano e verificando che fosse scarico.
«Non ho alcun bisogno di licenze, se lo faccio in casa mia. E prima la tenevo sul sedile, bene in vista.»
«Così va meglio, ma non sono ancora soddisfatta» dissi con voce calma. «Vieni.»
Mi seguì senza fiatare fino al tavolo della cucina, dove ci sedemmo.
«Mi avevi detto che andavi a Westwood per allenarti un po'» dissi.
«Lo so, cos'avevo detto.»
«Dove sei stata, Lucy?»
«Al Firing Line di Midlothian Turnpike. È un poligono coperto.»
«So cos'è. E quante volte l'avevi già fatto?»
«Quattro.» Mi guardava diritta negli occhi.
«Cristo santo, Lucy!»
«Be', e cosa avrei dovuto fare? Tanto Pete non mi ci porterà più.»
«Il tenente Marino è molto, molto occupato in questi giorni» sentenziai, ma il mio commento suonò così condiscendente da provocarmi un certo imbarazzo. «Insomma, sai bene che problemi ci sono» aggiunsi.
«Certo che lo so. E so anche che adesso lui deve girarti alla larga. Quindi, se gira alla larga da te, gira alla larga anche da me. Sta dando la caccia a un assassino che se ne va in giro ad ammazzare la gente, com'è successo alla tua assistente e al direttore del carcere. Almeno Pete sa badare a se stesso. E io? Mi è stato mostrato come si spara solo una volta. Grazie mille, eh! Un po' come offrirmi una lezione di tennis e poi iscrivermi a Wimbledon.»
«Mi sembra che la tua sia una reazione eccessiva.»
«No. Il problema è che tu non reagisci abbastanza.»
«Lucy...»
«Come ti sentiresti se ti dicessi che ogni volta che vengo a trovarti non posso evitare di pensare a quella sera?»
Sapevo esattamente a quale sera si riferiva, anche se negli anni avevamo imparato a comportarci come se nulla fosse mai accaduto.
«Non mi farebbe piacere, se sapessi che qualcosa che ha a che fare con me ti turba tanto» risposi.
«Qualcosa? E tu lo chiami solo qualcosa?»
«Non nel senso di una cosa qualsiasi, Lucy.»
«Certe volte mi sveglio sognando una pistola che spara. Poi me ne resto lì ad ascoltare quell'orribile silenzio, e mi ricordo di quando ero immobile a fissare il buio. Avevo così paura che non riuscivo nemmeno a muovermi, e mi sono fatta la pipì addosso. E poi tutte quelle sirene e le luci rosse, i vicini che uscivano sulle verande e che guardavano dalle finestre. Tu non mi lasciasti guardare finché non lo portarono via, e non volevi che andassi di sopra. Dio, come vorrei avere visto tutto, perché immaginare è stato senz'altro peggio.»
«Quell'uomo è morto, Lucy. Non può più fare del male a nessuno.»
«Sì, ma come lui ce ne sono altri, magari anche più cattivi.»
«Be', non posso negare la realtà.»
«Già, però intanto tu cosa fai?»
«Passo i miei giorni a raccogliere cocci di vite distrutte da gente cattiva. Cos'altro vorresti che facessi?»
«Se lascerai che ti succeda qualcosa di brutto, giuro che ti odierò per sempre» sbottò Lucy.
«Se mi succederà qualcosa di brutto, non credo che l'odio di qualcuno potrà più fare alcuna differenza. Ma non vorrei che tu odiassi nessuno, Lucy, perché nuoceresti solo a te stessa.»
«Be', ti odierò, puoi giurarci.»
«Voglio solo che tu prometta di non mentirmi più.»
Silenzio.
«Non voglio che tu senta più il bisogno di nascondermi qualcosa» ripetei.
«Perché, se ti avessi detto che volevo andare al poligono, tu mi avresti lasciato?»
«Non senza di me o senza Marino.»
«Senti, ma cosa succederà se Pete non riuscirà a prenderlo?»
«Marino non è l'unico agente che sta lavorando a questo caso» dissi, evitando di evadere una domanda per cui non avevo risposta.
«Be', mi dispiace per lui.»
«E perché?»
«Perché deve cercare di fermare quest'uomo, e per giunta senza il tuo aiuto.»
«Marino sa il fatto suo, Lucy. È un professionista.»
«Michelle non la pensa così.»
La guardai.
«Stamattina abbiamo chiacchierato un po'. Dice che l'altra sera Pete è andato da loro per parlare con suo padre. Ha detto che aveva un aspetto orribile, la faccia rossa come il fuoco e un umore pessimo. Il signor Wesley ha cercato di convincerlo a farsi vedere da un dottore o a prendersi una vacanza, ma lui non ha voluto saperne.»
Mi sentii sommergere da un'ondata di tristezza. Avrei voluto telefonargli subito, ma sapevo che non sarebbe stato giusto. Così cercai di cambiare argomento.
«E di cos'altro avete chiacchierato, tu e Michelle? Qualche novità sui computer della polizia?»
«Nulla di buono. Abbiamo provato di tutto per scoprire con quale numero SID è stato sostituito quello di Waddell, ma tutti i file cancellati sono stati ricoperti da tempo sul disco rigido. E chiunque sia responsabile della manomissione, è stato abbastanza rapido da far subito un backup generale, il che significa che non possiamo nemmeno confrontare i numeri SID attuali con qualche precedente versione della CCRE, in modo da vedere cosa salta fuori. In genere c'è sempre almeno un backup vecchio di tre o sei mesi, invece in questo caso no, neanche l'ombra.»
«Mi sembra un lavoro da talpe interne.»
In quel momento pensai a come mi sembrava normale essere lì a casa con Lucy. Non la vivevo più né come ospite né come una ragazzina irascibile. «Dobbiamo chiamare la mamma e la nonna» dissi.
«Stasera?»
«No. Però sarà bene che cominciamo a organizzare il tuo rientro a Miami.»
«Le lezioni non riprendono fino al sette, e anche se perdo i primi giorni non fa niente.»
«La scuola è una cosa importante, Lucy.»
«Anche molto facile.»
«Allora tu dovresti fare qualcosa per renderla più impegnativa.»
«Per esempio saltare qualche giorno» fu la sua prontissima risposta.
Il mattino seguente chiamai Rose alle otto e mezzo, quando sapevo che era in corso una riunione del personale e dunque ero certa che Ben Stevens non avrebbe appreso della mia telefonata.
«Come vanno le cose?» chiesi alla mia segretaria.
«Malissimo. Il dottor Wyatt non è riuscito a tornare da Roanoke perché in montagna ha nevicato e le strade sono brutte. Quindi ieri Fielding ha dovuto sbrigare quattro casi tutto da solo. In più è dovuto andare in tribunale, e alla fine è stato anche chiamato per un delitto. Gli hai già parlato?»
«Ci sentiamo non appena ha un minuto libero, poveretto. Comunque mi sembra che sarebbe il caso di contattare qualcuno dei nostri ex ricercatori e vedere se per caso possono venire a darci una mano. Jansen ha lo studio a Charlottesville. Prova a telefonargli e digli di richiamarmi, per favore.»
«Certo, buona idea.»
«E adesso dimmi di Stevens.»
«Be', non è che sia stato molto in ufficio. Quando esce saluta in modo così vago e sbrigativo che non si capisce mai che intenzioni abbia. Secondo me sta cercandosi un altro lavoro.»
«Ricordagli di non venirmi a chiedere delle referenze.»
«Se fossi al tuo posto invece lo raccomanderei, così ce lo togliamo dai piedi.»
«Senti, Rose, avrei bisogno che mi chiamassi i laboratori del Dna e che chiedessi a Donna un favore da parte mia. Dovrebbe avere ricevuto una richiesta di analisi dei tessuti fetali del caso di Susan.»
Rose rimase in silenzio. Intuii il suo turbamento.
«Mi dispiace doverne parlare» dissi dolcemente.
Fece un respiro profondo. «E quando hai fatto questa richiesta di analisi?»
«In realtà l'ha fatta il dottor Wright, è stato lui a occuparsi dell'autopsia. Lui avrà sicuramente una copia della richiesta nel suo ufficio a Norfolk, insieme al resto della documentazione.»
«Ma tu non vuoi che telefoni a Norfolk per farmene mandare una copia, giusto?»
«Esatto, Rose. È una cosa che non può aspettare e non voglio che nessuno sappia che ne ho chiesta una copia. Vorrei che sembrasse che il nostro ufficio l'ha ricevuta per sbaglio. Per questo direi di rivolgersi direttamente a Donna. Dille di procurarsi la richiesta immediatamente, e vai a ritirarla di persona.»
«Dopodiché?»
«Dopodiché la infilerai bene in vista nella cassetta dove vengono lasciate tutte le altre copie di richieste e referti di laboratorio prima dello smistamento nei vari uffici.»
«Sei sicura di volerlo fare?»
«Sicurissima.»
Una volta riagganciato, presi un elenco telefonico e mi misi a sfogliarlo. Poco dopo, Lucy arrivò in cucina. Era a piedi nudi e indossava ancora la tuta in cui aveva dormito. Mi rivolse un assonnato buongiorno e andò a curiosare in frigorifero, mentre io scorrevo un dito lungo una colonna di nomi. C'erano almeno una quarantina di Grimes, ma nessuna Helen. Probabilmente, nel chiamarla "Helen l'Unna" Marino aveva semplicemente fatto dell'ironia, e la donna non si chiamava affatto Helen. Vidi che tre nominativi di abbonati riportavano solo una H come iniziale: in due casi si trattava di nomi di battesimo, nel terzo un nome intermedio o forse di un secondo cognome.
«Cosa stai facendo?» chiese Lucy, appoggiando un bicchiere di aranciata sul tavolo e accomodandosi su una sedia.
«Sto cercando qualcuno» dissi, prendendo il telefono.
Purtroppo non ebbi fortuna con nessuna delle Grimes.
«Magari è sposata» suggerì Lucy.
«Uhm, non credo.» Chiamai il servizio informazioni abbonati e mi feci dare i numeri del nuovo penitenziario di Greensville.
«E cosa te lo fa pensare?»
«Intuito.» Composi il primo numero. «Vorrei parlare con Helen Grimes» dissi alla donna che mi rispose.
«È una detenuta?»
«No, una guardia.»
«Resti in linea.»
«Watkins» borbottò poco dopo una voce maschile.
«Helen Grimes, per favore.»
«Chi?»
«L'agente Helen Grimes.»
«Non lavora più qui.»
«Le spiacerebbe dirmi dove posso contattarla, signor Watkins? È molto importante.»
«Un attimo.» La cornetta sbatté contro una superficie dura, forse di legno. In sottofondo si sentiva una canzone di Randy Travis.
Qualche istante più tardi, l'uomo tornò. «Spiacente, signora, ma non siamo autorizzati a dare questo genere di informazioni.»
«Capisco. Allora se per favore vuole dirmi il suo nome di battesimo, manderò lì questa roba e ci penserete voi a fargliela avere.»
Ci fu una pausa. «Questa roba cosa?»
«Abbiamo qui un ordine a suo nome. Volevo sapere se preferiva una normale spedizione postale o per corriere.»
«Un ordine di cosa?» insistette.
«Enciclopedia. In tutto sono sei casse da nove chili ciascuna.»
«Senta, guardi, non potete mica mandare un'enciclopedia qui.»
«Allora mi dica lei cosa devo fare, signor Watkins. La signora Grimes ha già effettuato il pagamento, e purtroppo l'unico recapito che ci ha lasciato è il vostro.»
«Porc... Aspetti un momento.»
Sentii un fruscio di fogli, poi il leggero ticchettio dei tasti di un computer.
«Senta» riprese l'uomo in tono sbrigativo, «il massimo che posso fare per lei è darle il numero di una casella postale. Mandi là tutto, ma per piacere non mi faccia arrivare qui niente.»
Mi dettò numero e recapito, quindi riagganciò. L'ufficio postale a cui Helen Grimes si appoggiava era nella contea di Goochland. Il passo successivo fu chiamare un messo giudiziario del tribunale di Goochland, un tizio con cui ero in buoni rapporti. Nel giro di un'ora aveva verificato sui registri l'indirizzo di Helen Grimes, ma il suo numero di telefono non figurava sull'elenco. Alle undici del mattino afferrai borsa e cappotto e andai a salutare Lucy nel mio studio.
«Devo uscire per qualche ora» dissi.
«Chiunque fosse al telefono, gli hai mentito» sentenziò lei, senza distogliere lo sguardo dal video. «Non hai nessunissima enciclopedia da consegnare.»
«Hai ragione. Ho mentito.»
«Quindi significa che in alcuni casi è giusto mentire, e in altri no.»
«Non è mai veramente giusto, Lucy.»
La lasciai alla mia scrivania, con le luci del modem che lampeggiavano, vari manuali sparpagliati sul piano di lavoro e per terra. Sul video il cursore che pulsava velocemente. Attesi di essere fuori dal campo visivo di mia nipote, quindi feci scivolare la Ruger in borsetta. Sebbene avessi una licenza per portare armi nascoste, lo facevo raramente. Inserii l'allarme e uscii dal garage. Dopo essermi immessa in Cary Street, imboccai River Road. Il cielo sembrava marmo grigio screziato. Mi aspettavo di ricevere una chiamata di Grueman da un momento all'altro, sebbene, considerata la bomba nascosta fra i documenti che gli avevo consegnato, non fossi affatto ansiosa di sentirlo.
Helen Grimes viveva in una via fangosa nei pressi del ristorante North Pole, ai confini con una fattoria. La casa assomigliava a una piccola stalla, con qualche albero su un minuscolo fazzoletto di terra e delle cassette di fiori morti che un tempo dovevano essere stati gerani sul davanzale. Non c'erano targhe a indicare chi vivesse lì dentro, ma la vecchia Chrysler parcheggiata vicino alla veranda tradiva almeno una presenza.
Quando Helen Grimes aprì la porta, dal suo viso impassibile capii che sia io, sia la mia macchina tedesca le erano completamente estranee. Indossava un paio di jeans e una camicia di cotone: si piantò le mani sui fianchi poderosi senza muoversi di un centimetro dalla porta. Il freddo e le mie parole di presentazione non parvero turbarla affatto, e solo quando le rammentai la mia visita al penitenziario mi parve di cogliere un barlume di vita nei suoi occhi piccoli e penetranti.
«Chi le ha detto dove abito?» chiese, avvampando, e per un attimo temetti che volesse picchiarmi.
«Il suo indirizzo è registrato presso il tribunale della contea» spiegai.
«Be', non avrebbe dovuto cercarlo. Le piacerebbe se cercassi di procurarmi il suo, di indirizzo?»
«Se avesse bisogno del mio aiuto quanto io ho bisogno del suo, Helen, le garantisco che non mi dispiacerebbe.»
Si limitò a fissarmi. Notai che aveva i capelli umidi, e che il lobo di un orecchio era macchiato di tintura nera.
«L'uomo per cui lei lavorava è stato assassinato» ripresi. «Anche una mia collaboratrice è stata assassinata. E ci sono altre vittime. Sono certa che lei sia al corrente di quello che sta succedendo. Abbiamo motivo di credere che l'autore di questi omicidi sia un ex detenuto di Spring Street... Qualcuno che fu rilasciato più o meno nel periodo in cui Ronnie Joe Waddell finì sulla sedia elettrica.»
«Non so niente di nessun prigioniero rilasciato.» I suoi occhi si spostarono sulla strada deserta alle mie spalle.
«E non sa nulla nemmeno di un detenuto scomparso? Qualcuno che forse è stato liberato in maniera illegale? Considerato il suo lavoro, suppongo che fosse a conoscenza di chi entrava e usciva dal penitenziario.»
«Non ho mai sentito parlare di nessun detenuto scomparso.»
«Come mai non lavora più al carcere?» domandai.
«Motivi di salute.»
Dall'interno della casa provenne il rumore di uno sportello di credenza sbattuto.
Insiistetti. «Ricorda quando la madre di Ronnie Waddell venne a trovare il figlio, il pomeriggio dell'esecuzione?»
«Certo, ero di guardia io quando arrivò.»
«Dunque la perquisì, giusto?»
«Giusto.»
«Quello che sto cercando di capire è se la signora Waddell può avere portato al figlio qualcosa dall'esterno. Immagino che le regole del carcere non lo prevedano...»
«Si può ottenere un permesso. Lei ce l'aveva.»
«La signora Waddell aveva il permesso di portare qualcosa al figlio?»
«Helen, stai facendo entrare un sacco di freddo» disse una voce dolce alle sue spalle.
Due intensi occhi azzurri mi fissarono all'improvviso dallo spazio ritagliato fra la massiccia spalla sinistra di Helen Grimes e lo stipite della porta. Ebbi la visione fugace di una pallida guancia e di un naso aquilino, quindi lo spazio tornò a vuotarsi. I cardini scricchiolarono lentamente, e la porta si richiuse senza far rumore. Helen Grimes vi appoggiò la schiena, continuando a guardarmi. Ripetei la domanda.
«Aveva portato una cosa a Ronnie, ma niente di che. Chiamai il direttore per avere il permesso.»
«Cioè parlò con Frank Donahue?»
Annuì.
«E lui lo concesse, il permesso?»
«Come ho già detto, non si trattava di niente di che.»
«Cos'era, esattamente, signora Grimes?»
«Un'immaginetta di Cristo grande quanto una cartolina, con qualcosa scritto sul retro. Non ricordo di preciso. Una frase tipo: "Sarò con te in paradiso"» riferì Helen Grimes, il volto impassibile.
«Tutto qui?» chiesi. «È questo che voleva dare a suo figlio prima che morisse?»
«Le ho già detto che non era niente di speciale. Adesso, se non le spiace, devo rientrare. E la prego di non tornare mai più.» Appoggiò la mano sulla maniglia proprio nel momento in cui dal cielo cadevano le prime, pesanti gocce di pioggia disegnando sul cemento della veranda umide chiazze grandi come monete.
Più tardi, Wesley si presentò a casa mia con un giubbotto di pelle nera d'aviatore e un cappello blu scuro. Sorrideva.
«Che succede?» chiesi, mentre ci trasferivamo in cucina. Era diventato un po' il nostro punto di ritrovo, tanto che ormai lui sceglieva sempre la stessa sedia e lo stesso posto al tavolo.
«Stevens non è ancora crollato, ma di sicuro abbiamo aperto una bella breccia in lui. La mossa di mettere la richiesta d'analisi dove lui l'avrebbe trovata ha funzionato alla perfezione. Ha ottime ragioni per temere i risultati del test sul Dna eseguito sul tessuto fetale di Susan.»
«Dunque avevano una relazione» dissi, stupita di sentire che non avevo nulla da obiettare alla morale di Susan. Ciò che mi deludeva erano semmai i suoi gusti.
«Stevens l'ha ammesso, ma ha negato tutto il resto.»
«Vale a dire che non ha idea di dove Susan si fosse procurata i tremilacinquecento dollari?»
«Nega di sapere qualsiasi cosa. Ma c'è dell'altro. Uno degli informatori di Marino dice di aver visto una jeep nera con targa personalizzata nella zona in cui Susan è stata uccisa più o meno all'ora in cui pensiamo sia avvenuto l'omicidio. Ben Stevens ha una jeep nera targata "1 4 Me".»
«Non è stato lui a ucciderla, Benton.»
«No, non è stato lui. Credo solo che si sia spaventato a morte quando la persona con cui trattava gli ha chiesto delle informazioni sul caso di Jennifer Deighton.»
«Certo, perché a quel punto gli sarà sembrato tutto chiaro» dissi. «Avrà capito subito che la Deighton era stata uccisa.»
«E, da codardo qual è, decide che la prossima volta manderà Susan a riscuotere il pagamento. Naturalmente si sarebbero visti subito dopo, per dividere il gruzzolo.»
«Ma a quel punto Susan era già morta.»
Wesley annuì. «Penso che chiunque si sia incontrato con lei le abbia sparato e si sia tenuto i soldi. In seguito, forse fu questione solo di pochi minuti, Stevens arrivò sul luogo dell'appuntamento, la viuzza di fianco a Strawberry Street.»
«Il che spiegherebbe la posizione in cui è stato ritrovato il corpo nella macchina» commentai. «In realtà avrebbe dovuto essere accasciata in avanti, perché il killer le aveva sparato alla testa. Invece era appoggiata all'indietro, contro lo schienale.»
«Stevens l'aveva spostata.»
«Naturalmente. Arriva, e sulle prime non si rende conto di quel che è successo. Non la vede in faccia perché è abbandonata sul volante. Allora la solleva, per guardarla meglio.»
«A quel punto capisce, e se la dà a gambe.»
«Se prima di uscire di casa si era messo dell'acqua di colonia, aveva di certo il palmo delle mani ancora profumato. Per spostare Susan è venuto necessariamente a contatto con il suo cappotto. Ecco l'odore che sentii, quando arrivai sulla scena del delitto.»
«Vedrai che alla fine crollerà.»
«Sì, ma ora abbiamo cose più importanti a cui pensare, Benton.» Gli riferii della mia visita a Helen Grimes, e di quello che mi aveva detto a proposito dell'ultimo incontro fra la signora Waddell e il figlio.
«La mia teoria» continuai «è che Ronnie Waddell volesse seppellire con sé quell'immaginetta: ecco quale fu il suo ultimo desiderio. La infilò in una busta su cui scrisse: strettamente riservato, eccetera.»
«Non può aver fatto una cosa del genere senza il permesso di Donahue» obiettò Wesley. «Secondo le regole, l'ultimo desiderio del condannato deve essere comunicato al direttore del carcere.»
«Esatto. Ma, qualunque cosa sia stata riferita a Donahue, il punto è che lui ha troppa paura e non si fida a fare uscire il cadavere di Waddell dal penitenziario con una busta ancora sigillata in tasca. Quindi accorda il permesso al prigioniero, ma al tempo stesso escogita un modo semplicissimo per controllare il contenuto della busta senza dare troppo nell'occhio: la sostituisce con un'altra. Il tutto dopo la morte di Waddell, naturalmente, e a farlo provvede uno dei suoi scagnozzi. A questo punto entrano in gioco le ricevute e gli scontrini che abbiamo trovato.»
«Speravo che riuscissi a chiarire questo particolare» disse Wesley.
«Ma chiunque abbia effettuato lo scambio ha commesso un piccolo errore. Poniamo che sulla scrivania avesse una busta bianca, con alcune ricevute accumulate durante un recente viaggio di lavoro a Petersburg. Poniamo anche che prenda una busta uguale, vuota, ci metta dentro qualcosa di innocuo e poi scriva all'esterno le stesse cose che Waddell aveva scritto sull'originale.»
«Ma che, innavertitamente, confonda le due buste e che scriva su quella che contiene le ricevute.»
«Esatto.»
«Più tardi, cercando le ricevute, si accorge del disguido e nella busta si ritrova invece l'innocua immaginetta.»
«Bravo. Ed è qui che entra in gioco Susan. Se io fossi la guardia che ha commesso l'errore, sarei molto preoccupato. Mi assillerebbe la possibilità che qualcuno in obitorio possa aprire la busta, e addirittura mi verrebbe il dubbio di non averla sigillata. Ma se io, la guardia, fossi già in contatto con Ben Stevens, ossia con la persona pagata affinché provveda che le impronte di Waddell non vengano rilevate in sede di autopsia, allora saprei subito a chi rivolgermi per risolvere il problema» conclusi.
«Contatteresti Ben Stevens e gli chiederesti di verificare se la busta è stata aperta, e, in caso positivo, di capire se il contenuto ha sollevato perplessità tali da scatenare ulteriori indagini. In poche parole, vittima della propria paranoia, la guardia peggiorerebbe la situazione. Tuttavia, credo che per Stevens non sarebbe stato difficile rispondergli.»
«Invece sì» lo contraddissi. «Certo poteva chiedere a Susan, ma Susan non era presente al momento dell'apertura della busta. È stato Fielding ad aprirla, a fotocopiarne il contenuto e ad archiviare l'originale insieme agli altri effetti personali di Waddell.»
«Vuoi dire che Stevens non avrebbe potuto semplicemente dare un'occhiata al dossier e alla fotocopia?»
«No, a meno di rompere il lucchetto del mio armadio in ufficio» risposi.
«Quindi avrà pensato che l'unica alternativa fosse il computer.»
«Esatto. O, inutile dirlo, chiedere direttamente a me o a Fielding, ma nessuno di noi avrebbe divulgato un particolare tanto confidenziale né a lui né a Susan.»
«Stevens se ne intende abbastanza di computer da violare la sicurezza ed entrare nella tua directory?»
«Non che io sappia, Susan invece aveva frequentato vari corsi e in ufficio aveva dei manuali UNIX.»
Il telefono squillò, ma lasciai rispondere Lucy. Quando arrivò in cucina, sembrava a disagio.
«È il tuo avvocato, zia Kay.»
Mi avvicinò il telefono, e io sollevai la cornetta senza alzarmi dalla sedia. Nicholas Grueman non perse tempo in convenevoli e andò subito al punto.
«Dottoressa Scarpetta, il dodici novembre lei ha prelevato diecimila dollari con un assegno, di cui però non trovo riscontro in nessun estratto conto.»
«Infatti non depositai quel denaro altrove.»
«Vuole dirmi che è uscita dalla banca con diecimila dollari in contanti?»
«No. Ho fatto l'assegno alla Signet Bank in centro, per acquistare un assegno circolare in sterline inglesi.»
«E a chi era intestato l'assegno circolare?» chiese il mio ex professore, mentre Benton Wesley mi fissava intensamente.
«Signor Grueman, si tratta di una transazione di natura privata che non è in alcun modo legata alla mia attività professionale.»
«Suvvia, dottoressa, sa benissimo che una spiegazione del genere non è sufficiente.»
Inspirai profondamente.
«È chiaro che un'operazione simile solleverà molte domande, e si renderà conto che non fa una bella impressione scoprire che lei ha spiccato un assegno per una cifra enorme proprio qualche settimana prima che la sua collega deceduta depositasse a sua volta una somma piuttosto ingente.»
Chiusi gli occhi e mi passai una mano fra i capelli, mentre Wesley si alzava e si metteva dietro di me.
«Kay.» Le sue mani si appoggiarono dolcemente sulla mia testa. «Kay, per favore. Devi dirglielo.»
13
Se Grueman non fosse stato un professionista della legge, non mi sarei mai affidata a lui. Ma prima di dedicarsi all'insegnamento era stato un avvocato di chiara fama, e all'epoca di Robert Kennedy si occupava di diritti civili e dava la caccia ai malavitosi. Oggi rappresentava uomini privi di mezzi e condannati a morte. Apprezzavo la sua serietà e avevo bisogno delle sue critiche taglienti.
Negoziare o protestare la mia innocenza non gli interessava. Rifiutò di sottoporre a Marino o a chiunque altro la più piccola prova, né fece parola ad alcuno dell'assegno di diecimila dollari che sosteneva essere l'indizio più grave a mio carico. Mi tornò alla mente il modo in cui aveva esordito alla prima lezione di diritto penale: «Negate. Negate. Negate». E, in effetti, il mio ex professore si attenne a quella regola alla lettera, frustrando così ogni sforzo da parte di Roy Patterson.
Quindi, giovedì 6 gennaio Patterson mi telefonò a casa per convocarmi nel suo ufficio. Dovevamo parlare, disse.
«Sono certo che riusciremo a chiarire tutto, ma ho bisogno di rivolgerle un paio di domande.»
Il sottinteso era che, se avessi collaborato, avrei avuto vita più facile, e mi sorprese che uno come lui avesse potuto credere anche solo per un attimo che una manovra tanto logora e trasparente avrebbe funzionato con me. Quando il procuratore di stato ha voglia di scambiare due chiacchiere, in realtà sta effettuando una serissima battuta di caccia. Lo stesso vale per la polizia. Fedele agli insegnamenti del mio vecchio professore, risposi a Patterson con un no deciso, e il mattino seguente ricevetti un mandato di comparizione per il 20 gennaio davanti alla giuria d'accusa. Seguì una comunicazione del tribunale per l'acquisizione di una prova giudiziaria in relazione ai miei documenti contabili. Grueman reagì appellandosi al Quinto Emendamento, e in seguito inoltrò un'istanza per l'annullamento del mandato. Una settimana più tardi non ci restò altra scelta che adeguarci, pena una citazione per oltraggio alla corte. Nel frattempo, il governatore Norring nominò Fielding sostituto capo medico legale della Virginia.
«C'è un altro furgone della tv, zia. È appena passato» disse Lucy dalla sala da pranzo, dove stava guardando fuori dalla finestra.
«Forza, vieni a tavola a mangiare» le gridai dalla cucina. «La minestra si sta raffreddando.»
Silenzio.
«Zia Kay?» chiamò poi. Questa volta sembrava eccitata.
«Cosa c'è ancora?»
«Non indovinerai mai chi è arrivato.»
Dalla finestra sopra il lavandino scorsi la Ford LTD bianca che terminava la manovra di parcheggio. La portiera del conducente si aprì e ne scese Marino. Si tirò su i pantaloni, sistemò la cravatta e lanciò un'occhiata indagatrice a trecentosessanta gradi. Mentre lo guardavo risalire il marciapiede in direzione della mia porta, mi sentii invadere da un'ondata di profonda commozione.
«Non so se rallegrarmi della tua visita o meno» dissi, quando andai ad aprire.
«Ehi, non ti preoccupare, capo. Non sono venuto ad arrestarti.»
«Entra.»
«Ciao, Pete» esclamò Lucy in tono gaio.
«Ma tu non dovevi già essere a scuola?»
«No.»
«Figuriamoci! Non mi dirai che dalle vostre parti a gennaio vi regalano un mese di vacanza?»
«Esatto. Colpa del brutto tempo» rispose mia nipote. «Quando il termometro scende sotto i venti gradi, chiudono tutto.»
Marino sorrise. Non l'avevo mai visto ridotto così male.
Un quarto d'ora più tardi avevo acceso il fuoco in sala, e Lucy era uscita a fare un po' di spesa.
«Come te la passi?» gli chiesi.
«Vuoi che vada fuori a fumarmi una sigaretta?» replicò lui.
Gli avvicinai un portacenere.
«Marino, hai le borse sotto gli occhi, la faccia paonazza e ti garantisco che qui dentro non fa così caldo da dover sudare a quel modo.»
«Vedo che ti sono mancato.» Estrasse un fazzoletto malconcio dalla tasca posteriore dei pantaloni e si asciugò la fronte. Quindi accese una sigaretta e fissò il fuoco. «Patterson è un vero stronzo, capo. Vuole fregarti.»
«Lascia che ci provi.»
«Lo farà, ed è meglio che ti prepari.»
«Non ha nulla contro di me, Marino.»
«Un'impronta trovata su una busta in casa di Susan Story.»
«Posso spiegarne l'origine.»
«Sì, ma non puoi dimostrare niente, e poi lui ha un piccolo asso nella manica. Giuro che non dovrei parlartene, ma non posso farne a meno.»
«Quale asso nella manica?»
«Hai presente Tom Lucero?»
«Certo» risposi. «So chi è, ma non lo conosco.»
«Be', è un uomo affascinante, e anche un buon poliziotto, credimi. Salta fuori che è andato a fare una capatina alla Signet Bank, dove ha parlato con una cassiera che alla fine si è sbilanciata con qualche informazione su di te. Nota bene: lui non avrebbe dovuto chiedere, e lei non avrebbe dovuto rispondere. Ma sta di fatto che gli ha detto di averti effettivamente vista spiccare un grosso assegno, più o meno nel periodo della festa del Ringraziamento. Diecimila dollari, se non ricordava male.»
Lo guardai impietrita.
«Voglio dire, non puoi prendertela con Lucero, in fondo sta solo facendo il suo lavoro. Ma Patterson sa cosa andare a cercare, adesso che ha in mano la tua documentazione finanziaria. E quando comparirai davanti alla giuria d'accusa, picchierà duro, Kay.»
Non dissi una parola.
«Capo?» Si sporse in avanti, guardandomi negli occhi. «Non credi che dovresti parlarne?»
«No.»
Si alzò, andò al caminetto e lanciò il mozzicone nel fuoco.
«Cristo» mormorò. «Non voglio vederti in prigione.»
«Senti, è meglio se non beviamo caffè, ma in questo momento ho bisogno di prendere qualcosa. Ti va una cioccolata calda?»
«Preferisco il caffè.»
Andai a prepararlo, i pensieri mi ronzavano per la testa come mosconi intrappolati in una stanza. Non sapevo dove sfogare la mia rabbia. Preparai una caraffa di decaffeinato, sperando che Marino non notasse la differenza.
«Come va la pressione?» gli chiesi.
«Vuoi sapere la verità? Se fossi un bollitore, certi giorni fischierei in continuazione.»
«Non so proprio cosa fare con te.»
Si appollaiò al suo solito posto, sul bordo del camino. Il fuoco sibilava.
«Tanto per cominciare» esordii, «probabilmente non dovresti nemmeno essere qui. Non voglio che tu finisca nei guai.»
«Ehi, in culo il procuratore di stato, il governatore e tutti quanti» sbottò lui con ira improvvisa.
«Non possiamo cedere proprio adesso, Marino. Qualcuno sa chi è l'assassino. Hai parlato con il funzionario che ci fece visitare il carcere? Quel tale Roberts?»
«Sì. Una conversazione finita nel nulla.»
«Be', a me non è andata molto meglio con la tua amica Helen Grimes.»
«Uhm, quella delizia!»
«Lo sapevi che non lavora più al penitenziario?»
«Se è per quello, non ci ha mai lavorato veramente. Quella donna era di una pigrizia schifosa: si svegliava solo quando doveva perquisire qualche visitatrice. Allora sì, che diventava scrupolosa. A Donahue era simpatica, non chiedermi perché. Quando l'hanno fatto fuori è stata ritrasferita come guardia a Greensville, e all'improvviso le è venuto un problema a un ginocchio, o che accidenti.»
«Secondo me sa molte più cose di quanto non voglia ammettere. Soprattutto se era davvero così amica di Donahue.»
Marino sorseggiò il caffè, guardando fuori dalle porte finestre. La terra era bianca di ghiaccio, e i fiocchi di neve sembravano cadere sempre più rapidi. Ripensai alla notte in cui ero stata chiamata sulla scena del delitto a casa di Jennifer Deighton, e vidi una florida donna coi bigodini in testa seduta su una sedia al centro del salotto. Se l'assassino l'aveva interrogata, evidentemente c'era una ragione. Cosa era stato mandato a trovare?
«Credi che il killer cercasse delle lettere, a casa di Jennifer Deighton?» chiesi a Marino.
«Di sicuro voleva qualcosa che riguardava Waddell. Lettere, forse poesie. Cose che le aveva spedito nel corso degli anni.»
«E secondo te le ha trovate?»
«Diciamo che ha dato un'occhiata in giro, ma è stato così ligio nel rimettere tutto a posto, che è impossibile capirlo.»
«Be', io credo che non abbia trovato un bel niente» sentenziai.
Marino mi guardò con aria scettica, accendendosi un'altra sigaretta. «E cosa te lo fa pensare?»
«La scena del delitto. La Deighton indossava una camicia da notte e aveva i bigodini in testa. Sembra addirittura che fosse già a letto, e che stesse leggendo. Insomma, non aveva certo l'aria di una che aspettava visite.»
«Ti seguo.»
«All'improvviso, qualcuno le si presenta alla porta e lei lo fa entrare. Dico questo perché non abbiamo trovato segni di scasso né di colluttazione. Dopodiché, il visitatore le ordina di consegnargli ciò che sta cercando, ma lei oppone resistenza. Allora lui si arrabbia, prende una sedia dal tinello e la piazza al centro del salotto. Poi la fa sedere e comincia a torturarla con un terzo grado. Lei non risponde e lui aumenta la stretta al collo, sempre di più, sempre di più, finché ormai è troppo tardi. Allora la porta in garage e la carica in macchina.»
«Se l'assassino è entrato e uscito dalla cucina, effettivamente questo spiegherebbe come mai al nostro arrivo la porta non era chiusa a chiave» rifletté Marino.
«In poche parole, non credo che l'assassino avesse intenzione di ucciderla così cercò di mascherare l'accaduto e poi se ne andò in fretta e furia. Forse si spaventò, o semplicemente perse ogni interesse per lo scopo che l'aveva portato lì, comunque dubito che si sia fermato per frugare meglio la casa, e dubito anche che avrebbe trovato qualcosa nel caso in cui l'avesse fatto.»
«Quel che è sicuro, è che noi non abbiamo trovato un accidenti» borbottò Marino.
«Jennifer Deighton era in preda al panico» dissi. «Nel fax che spedì a Grueman accennava a qualche pasticcio o errore, e senz'altro si riferiva a Waddell. Sembra che abbia cercato di contattare anche me, forse dopo avermi vista in televisione, ma ogni volta trovava la segreteria e riappendeva senza lasciare messaggi.»
«Credi che fosse in possesso di documenti o di prove in grado di farci capire cosa diavolo stava succedendo?»
«Se è così, probabilmente sarà stata abbastanza spaventata da evitare di tenerseli in casa. Li avrà portati altrove, ti pare?»
«E dove?»
«Non so, ma forse il suo ex marito un posticino gliel'avrebbe trovato. Non era andata da lui, verso la fine di novembre?»
«Sì» mormorò Marino, palesemente colpito. «Infatti andò proprio da lui.»
Al telefono, quando finalmente lo raggiunsi al Pink Shell di Fort Myers Beach, Florida, Willie Travers aveva una voce piacevole ed energica. Tuttavia, appena iniziai a porgli delle domande, l'ex marito di Jennifer Deighton assunse un tono vago e indefinito.
«Signor Travers, cosa posso fare perché lei mi creda?» gli chiesi alla fine, disperata.
«Venga qui.»
«Purtroppo al momento mi è molto difficile.»
«Devo vederla.»
«Scusi?»
«Devo vederla: sono fatto così. Una volta che l'avrò davanti e potrò leggerla, capirò se posso davvero fidarmi di lei. Anche Jenny faceva così.»
«Quindi se verrò a Fort Myers Beach e le permetterò di "leggermi" mi aiuterà?»
«Dipende da quello che sentirò.»
Prenotai due posti sul volo delle sei e cinquanta per Miami del mattino dopo. Avrei riconsegnato Lucy a Dorothy e avrei proseguito in macchina fino a Fort Myers Beach, dove con ogni probabilità avrei trascorso la serata chiedendomi se ero definitivamente uscita di senno. Quel fanatico di medicina olistica, infatti, prometteva di essere solo un'enorme perdita di tempo.
Quando mi alzai, sabato mattina alle quattro, aveva smesso di nevicare. Andai a svegliare Lucy. Per un attimo restai ad ascoltare il suo respiro, poi le sfiorai la spalla sussurrando il suo nome nel buio. Si stirò, e si mise a sedere. Sull'aereo dormì fino a Charlotte, quindi sprofondò in uno dei suoi insopportabili umori per tutto il resto del viaggio.
«Preferisco prendere un taxi» disse, guardando fuori dal finestrino.
«Non puoi, Lucy. Tua madre e il suo amico ti cercheranno.»
«Benone. Che girino pure tutto il giorno intorno all'aeroporto. Perché non posso venire con te?»
«Devi tornare a casa, Lucy, e io devo ripartire immediatamente per Fort Myers Beach, da dove riprenderò un aereo per Richmond. Fidati, non sto andando a divertirmi.»
«Non è divertente neanche stare con la mamma e il suo idiota di turno.»
«Non sai se è un idiota o no, Lucy. Non l'hai mai visto. Perché non gli dai una chance?»
«Magari si beccasse l'Aids, la mamma.»
«Lucy! Non dire sciocchezze.»
«Se lo merita. Non capisco come faccia ad andare a letto con tutti i cretini disposti a portarla fuori a cena e al cinema. Non capisco come faccia a essere tua sorella.»
«Abbassa la voce» le sussurrai.
«Se davvero le mancassi così tanto, mi verrebbe a prendere da sola, senza bisogno della scorta.»
«Questo non è necessariamente vero» obiettai. «Quando ti innamorerai di qualcuno, lo capirai anche tu.»
«E cosa ti fa credere che non mi sia mai innamorata?» Mi guardò furiosa.
«Perché, se ti fosse capitato, sapresti che l'amore tira fuori sia i nostri lati migliori sia quelli peggiori. Un giorno siamo altruisti e generosi, e il giorno dopo non siamo pronti a concedere nemmeno tanto così. Vivi la vita passando da un estremo all'altro.»
«Be', mi piacerebbe almeno che la mamma si spicciasse ad andare in menopausa.»
Nel pomeriggio, mentre percorrevo il Tamiami Trail in un alternarsi di tratti ombrosi e soleggiati, cercai di rammendare gli strappi che il senso di colpa aveva aperto nella mia coscienza. Ogni volta che affrontavo la mia famiglia venivo colta dal fastidio e dall'irritazione, ma se rifiutavo di farlo mi sentivo come quando da piccola praticavo l'arte della fuga senza mai andarmene veramente. In un certo senso, dopo la morte di mio padre io avevo preso il suo posto. Ero la persona razionale che otteneva buoni voti a scuola, che sapeva cucinare e gestire le questioni economiche; ero quella che non piangeva quasi mai e che fronteggiava l'alto grado di esplosività di una drammatica situazione familiare cercando di raffreddare gli umori e di disperderli come il vapore. Per questo motivo mia madre e mia sorella mi avevano sempre accusato di freddezza, e il risultato era che dentro di me albergavano ancora il dubbio e la vergogna di provarla davvero.
Arrivai a Fort Myers Beach con l'aria condizionata al massimo e il parasole abbassato. L'acqua e il cielo si univano in un tutt'uno azzurro intenso, e le palme sembravano brillanti piume verdi piantate su tronchi forti come zampe di struzzo. Il Pink Shell era, come dice il nome, rosa come l'interno di una conchiglia. Risaliva la costa fino a Estero Bay, e le sue balconate si spalancavano sul golfo del Messico. Willie Travers viveva in un cottage, ma avrei dovuto incontrarlo solo alle otto di quella sera. Affittai subito un miniappartamento, e mi spogliai degli abiti invernali, che formarono letteralmente una scia dietro di me sul pavimento, quindi estrassi dalla borsa un paio di pantaloncini corti e una camicetta leggera. Nel giro di sette minuti ero in spiaggia.
Non so per quanti chilometri camminai, perché alla fine persi la nozione del tempo; ogni tratto di spiaggia e di mare mi sembrava ugualmente magnifico. Guardai i pellicani che inghiottivano il pesce rovesciando indietro la testa, come fosse un bicchiere di bourbon, e a passo rapido superai alcune meduse arenate dalla testa bluastra. La maggior parte della gente che incontrai era anziana. Di quando in quando, la vocina acuta di un bimbo si levava al di sopra del clamore delle onde, come un coriandolo trasportato dal vento. Raccolsi alcuni gusci di ricci di mare levigati dall'acqua e conchiglie simili a caramelle succhiate. Pensai a Lucy e sentii una fitta di nostalgia.
Quando la spiaggia fu quasi completamente in ombra, tornai nella mia stanza, e dopo essermi fatta una doccia ed essermi cambiata presi la macchina e lentamente percorsi Estero Boulevard, finché la fame non mi condusse come una bacchetta magica nel posteggio dello Skipper's Galley. Mangiai pesce accompagnato da vino bianco, mentre l'orizzonte si spegneva in un azzurro sempre più cupo, le barche accesero le prime luci e nel frattempo la superficie dell'acqua era ormai indistinguibile.
Quando finalmente trovai il cottage numero 182, vicino al negozio di esche e al molo dei pescatori, ero rilassata come non mi capitava da tempo. Willie Travers venne ad aprirmi la porta, e sembrò quasi che fossimo amici di vecchia data.
«Il primo punto all'ordine del giorno è uno spuntino. Spero che lei non abbia già cenato» disse.
Con grande dispiacere gli comunicai il contrario.
«Allora non le resta che mangiare un'altra volta.»
«Non ce la farei mai.»
«Nel giro di un'ora le dimostrerò che aveva torto. È un menu leggerissimo. Sogliole al burro e succo di lime, con una generosa spolverata di pepe macinato. Quindi, pane ai sette cereali fatto in casa - le garantisco che non se lo scorderà per tutta la vita - e... ah, sì, insalata di cavoli marinati e birra messicana.»
Mentre parlava stappò due bottiglie di Dos Equis. L'ex marito di Jennifer Deighton doveva essere vicino all'ottantina, il volto cotto dal sole come la terra d'Africa, ma gli intensi occhi azzurri erano vitali come quelli di un ragazzo. Sorrideva spesso, e aveva un fisico asciutto e scattante. I suoi capelli mi ricordavano la fitta lanugine bianca che riveste le palle da tennis.
«Come mai è venuto a vivere qui?» chiesi, lanciando un'occhiata ai pesci imbalsamati appesi alle pareti e all'arredamento spartano.
«Un paio d'anni fa decisi di andare in pensione e di dedicarmi alla pesca, così strinsi una specie di accordo con il Pink Shell. Mi sarei occupato del loro negozio di esche, e in cambio mi avrebbero lasciato uno dei loro cottage a un prezzo ragionevole.»
«E cosa faceva, prima di andare in pensione?»
«Quel che faccio adesso.» Sorrise. «Pratico la medicina olistica. Non si può abbandonare una cosa del genere, capisce, così come non si abbandona una religione. La differenza è che adesso lavoro solo con le persone con cui ho voglia di lavorare, e non ho più uno studio in città.»
«Come definirebbe la medicina olistica?»
«Una medicina che si occupa della persona nella sua integrità, tutto qui. Lo scopo è ristabilire l'equilibrio del paziente.» Mi lanciò un'occhiata da intenditore, appoggiò la birra sul tavolo e si avvicinò alla mia sedia. «Le spiacerebbe alzarsi un momento?»
Ero animata da spirito di collaborazione.
«Adesso, stenda un braccio. Non importa quale, basta che lo tenga dritto e parallelo a terra. Ecco, così va bene. Adesso le farò una domanda, e mentre lei risponde cercherò di spingerle il braccio verso il basso. Lei resista, mi raccomando. Pronta? Si considera l'eroina di famiglia?»
«No.» Istantaneamente, il mio braccio cedette alla pressione abbassandosi come un ponte levatoio.
«Ho capito, si considera l'eroina di famiglia. Il che mi dice che è una persona molto dura con se stessa, e che lo è stata dal giorno in cui ha imparato a camminare. Bene. Adesso sollevi di nuovo il braccio e le farò un'altra domanda. È brava nella sua professione?»
«Sì.»
«Vede? Sto spingendo con tutte le mie forze, ma il suo braccio sembra d'acciaio. Quindi vuoi dire che lei è veramente brava in quello che fa.»
Tornò al divano, e anch'io mi risedetti.
«Devo confessare che la mia formazione medica mi rende un po' scettica» dissi con un sorriso.
«Be', non dovrebbe, perché i miei principi non sono affatto diversi da quelli su cui si basa lei ogni giorno. Qual è la morale? Che il corpo non mente mai. Qualunque cosa ci raccontiamo, il nostro livello energetico risponde solo a ciò che è vero. Se la nostra testa dice che non siamo gli eroi di famiglia o che ci amiamo quando non è così, le nostre energie calano, si indeboliscono. Non le pare assolutamente logico?»
«Sì.»
«Uno dei motivi per cui Jenny veniva qui un paio di volte l'anno, era perché l'aiutavo a ritrovare il suo equilibrio. E l'ultima volta che la vidi, nel periodo della festa del Ringraziamento, era così sbilanciata che dovetti lavorare su di lei diverse ore al giorno.»
«Per caso le disse qual era il problema?»
«Erano molti, i problemi. Si era appena trasferita e i vicini non le piacevano, soprattutto quelli di fronte, dall'altra parte della strada.»
«I Clary» dissi.
«Sì, mi pare si chiamino così. Lei è una gran ficcanaso e lui un dongiovanni, o almeno lo è stato fino al giorno in cui gli è venuto l'infarto. E poi c'erano le previsioni e gli oroscopi: troppi clienti, quel lavoro la consumava.»
«Lei cosa ne pensava dell'attività della sua ex moglie?»
«Jenny era dotata, ma sprecava le sue qualità.»
«La definirebbe una medium?»
«No, no. Anzi, non la definirei proprio. Jenny si interessava a moltissime cose.»
Improvvisamente rividi il foglio di carta bianca ancorato dal cristallo sul letto, e chiesi a Travers se aveva idea di cosa potesse significare, se poteva celare un significato.
«Sì. Vuol dire che si stava concentrando.»
«Concentrando? Su cosa?»
«Quando Jenny meditava, prendeva un foglio di carta bianca e ci metteva sopra un cristallo. Poi sedeva in silenzio e faceva ruotare il cristallo lentamente, molto lentamente, osservando la luce riflessa dalle sue sfaccettature sulla superficie bianca della carta. È un po' lo stesso effetto che fa a me guardare l'acqua.»
«E, quando venne a trovarla, c'era nient'altro che la preoccupasse, signor Travers?»
«Mi chiami pure Willie. Sì, e lei sa già cosa sto per dire. Era preoccupata per quel detenuto in attesa d'esecuzione. Ronnie Waddell. Jenny e Ronnie si scrivevano da molti anni, e lei non riusciva ad accettare il fatto che lo avrebbero ucciso.»
«Sa se Waddell le aveva rivelato qualcosa che avrebbe potuto metterla in pericolo?»
«Be', più che altro diciamo che le diede qualcosa.»
Presi la birra, senza staccargli gli occhi di dosso.
«Quando venne, l'ultima volta, portò con sé tutte le lettere che le aveva scritto e le cose che le aveva inviato nel corso degli anni. Voleva che gliele conservassi io.»
«Perché?»
«Perché qui sarebbero state al sicuro.»
«Temeva che qualcuno volesse portargliele via?»
«So soltanto che era spaventata. Mi disse che durante la prima settimana dello scorso novembre, Waddell le aveva fatto una telefonata a carico del destinatario per dirle che era pronto a morire e che non intendeva più combattere. A quanto pare, era convinto che nulla potesse più salvarlo e le chiese di andare da sua madre, nel Suffolk, per farsi consegnare tutto ciò che gli apparteneva. Disse che desiderava fosse lei la custode, e di non preoccuparsi perché sua madre avrebbe compreso.»
«E di che effetti personali si trattava?» insiistetti.
«Oh, di una cosa sola.» Si alzò. «Non sono sicuro di quello che significhi, e non sono nemmeno sicuro di voler essere sicuro. Quindi lo darò a lei, dottoressa Scarpetta, perché lo riporti con sé in Virginia. Lo mostri alla polizia. Ne faccia ciò che crede.»
«E a cosa è dovuta questa improvvisa disponibilità, signor Travers? Come mai non ci ha pensato prima?»
«Nessuno si è preso il disturbo di venirmi a trovare» rispose lui dall'altra stanza. «Come le ho già detto, io non tratto con la gente se prima non la vedo in faccia.»
Quando tornò, posò ai miei piedi una valigetta portadocumenti nera: la serratura in ottone era forzata, la pelle graffiata.
«La verità è che portandosi via questa roba mi renderà un enorme favore» disse Willie Travers, e si vedeva che parlava sul serio. «Il solo pensiero di tenerla qui rovinava la mia energia.»
Le decine di lettere che Ronnie Waddell aveva scritto a Jennifer Deighton dal braccio della morte erano ordinate cronologicamente e raggruppate in pacchettini fermati da elastici. Quella notte, nella mia camera, ne passai in rassegna alcune. La loro importanza, invece di diminuire, aumentò alla luce degli altri ritrovamenti.
Nella borsa c'erano blocchi di carta zeppi di appunti di difficile interpretazione. Si riferivano a casi e dibattimenti tenutisi nelle corti di stato più di dieci anni prima. C'erano penne e matite, una cartina della Virginia, una scatola in metallo di caramelle balsamiche, uno stick inalante Vick's e un tubetto di Chapstik. In un astuccio giallo ancora intatto trovai un'EpiPen, una siringa contenente tre milligrammi di epinefrina, il classico rimedio salvavita per tutte le persone allergiche alle punture d'ape o a particolari alimenti. L'etichetta con la prescrizione, battuta a macchina, recava il nome del paziente, la data e l'informazione che quell'EpiPen apparteneva a un set composto da cinque ricariche. Waddell aveva rubato la borsa dalla casa di Robyn Naismith, nell'ormai lontano mattino dell'omicidio. Probabilmente non si era nemmeno reso conto dell'identità del proprietario, finché non aveva forzato la serratura scoprendo di avere assassinato una celebrità locale il cui amante, Joe Norring, era all'epoca procuratore generale della Virginia.
«Waddell non ha mai avuto chance di cavarsela» dissi. «Non che meritasse necessariamente clemenza, considerata l'efferatezza del suo crimine, ma dal momento del suo arresto Norring non si è dato pace. Sapeva di avere lasciato la valigetta portadocumenti a casa di Robyn, e sapeva che la polizia non l'aveva trovata.»
Per quale motivo avesse lasciato la borsa dall'amante, non era chiaro, a meno che non l'avesse semplicemente dimenticata dopo una notte che nessuno dei due sapeva destinata a essere l'ultima.
«Non riesco a immaginare la reazione di Norring quando seppe cos'era successo» commentai.
Wesley mi lanciò un'occhiata al di sopra degli occhiali, riprendendo subito l'esame dei documenti. «E come potresti? Doveva essere già abbastanza assillato dalla paura che il mondo scoprisse la loro relazione: quando Robyn fu assassinata, un collegamento simile lo avrebbe certo reso il principale indiziato d'omicidio.»
«In un certo senso» si intromise Marino, «gli è andata di lusso che a prendere la valigetta sia stato proprio Waddell.»
«Non so, secondo me non se ne è reso neanche conto. Se la borsa fosse stata trovata sul luogo del delitto, sarebbe finito nei guai. Se invece era stata rubata, così come è effettivamente successo, c'era sempre il rischio che prima o poi saltasse fuori.»
Marino prese la caraffa e riempì di nuovo le tazze di caffè. «Qualcuno deve avere comprato il silenzio di Waddell.»
«Forse.» Wesley allungò la mano verso la panna. «O forse Waddell non ha mai aperto bocca. Io credo che il fatto di essersi ritrovato fra i piedi quella borsa lo abbia messo subito sul chi va là. Certo, avrebbe potuto servire come arma, ma chi avrebbe finito per distruggere? Norring o se stesso? Poteva fidarsi abbastanza del sistema da screditare il governatore, cioè l'unica persona in grado di salvargli la vita?»
«Insomma Waddell se ne restò zitto, sapendo bene che la madre avrebbe custodito il bottino fino al giorno in cui lui avesse deciso di consegnarlo a qualcun altro» dissi.
«Ma se Norring aveva dieci anni di tempo per ritrovare la sua fottuta valigetta» intervenne Marino, «com'è che ci ha messo tanto per iniziare le ricerche?»
«Secondo me Norring ha tenuto d'occhio Waddell fin dall'inizio» spiegò Wesley, «e la sua sorveglianza si è notevolmente rafforzata negli ultimissimi mesi. Più si avvicinava la data dell'esecuzione, meno Waddell aveva da perdere, per cui era più probabile che parlasse. È possibile che qualcuno abbia intercettato la sua telefonata a Jennifer Deighton in novembre. Ed è possibile che a quel punto Norring sia stato preso dal panico.»
«Credo bene» commentò Marino. «All'epoca delle indagini mi occupai personalmente degli effetti personali di Waddell, e vi garantisco che non aveva quasi niente, e se anche aveva lasciato qualcosa alla fattoria, non la trovammo mai.»
«E naturalmente Norring era al corrente degli sviluppi delle indagini» dissi.
«Certo. Poi, nel novembre scorso, viene a sapere che qualcosa che si trovava nella fattoria è stato consegnato a questa amica di Waddell. Riaffiora l'incubo della valigetta portadocumenti, ma è chiaro che mentre Waddell è ancora vivo non può mandare nessuno a rovistare in casa della Deighton. Perché, se le fosse successo qualcosa, Waddell avrebbe certamente reagito male, e la peggiore di tutte le ipotesi era che decidesse di parlarne a Grueman.»
«Benton» dissi, «per caso non sai come mai Norring girasse con una siringa di epinefrina? Era allergico a qualcosa?»
«Ai crostacei. Pare che viva letteralmente circondato da siringhe come quella.»
Mentre continuavano a parlare, controllai le lasagne nel forno e aprii una bottiglia di Kendall-Jackson. La causa contro Norring sarebbe stata lunghissima, ammesso che si potessero mai avere delle prove, e per un attimo ebbi una sensazione simile a quella che doveva avere paralizzato Waddell tanto tempo prima.
Verso le undici di sera mi decisi a chiamare Grueman.
«In Virginia sono finita» dissi. «Finché Norring resterà in carica, farà in modo che io non torni a lavorare. Mi hanno tolto la vita, accidenti, ma non avranno la mia anima. Ho deciso che continuerò ad appellarmi al Quinto Emendamento.»
«In questo modo la incrimineranno di sicuro.»
«Be', visti i bastardi con cui ho a che fare, la questione era già fuor di dubbio.»
«Santo cielo, dottoressa Scarpetta! Ha forse dimenticato il bastardo che la rappresenta? Non so dove lei abbia trascorso questo fine settimana, io sono stato a Londra.»
Ebbi un istantaneo calo di pressione.
«Ora, non possiamo essere matematicamente certi di avere Patterson dalla nostra» proseguì l'uomo che un tempo avevo creduto di odiare, «ma smuoverò mari e monti perché Charlie Hale venga a testimoniare.»
14
Il venti gennaio fu una giornata ventosa, quasi da marzo, ma molto più fredda. Il sole era addirittura accecante, mentre guidavo verso est lungo Broad Street, diretta al tribunale John Marshall.
«Ora le dirò qualcosa che sa già» disse Nicholas Grueman. «I giornalisti saranno radunati lì ad aspettarla, pronti a saltarle addosso. Se volerà troppo bassa, ci lascerà una gamba, perciò cammineremo fianco a fianco, occhi puntati a terra, senza girarci a guardare né ad ascoltare nessuno, d'accordo?»
«Non riusciremo a trovare parcheggio» risposi, svoltando a sinistra sulla Nona. «Sapevo che sarebbe andata così.»
«Rallenti. Quella tizia lì a destra sta facendo manovra... Splendido, esce. Ammesso che ci riesca, naturalmente.»
Qualcuno strombazzò alle mie spalle.
Lanciai un'occhiata all'orologio, poi mi voltai verso Grueman come un atleta in attesa delle ultime istruzioni da parte dell'allenatore. Indossava un lungo cappotto di cachemire blu e guanti di pelle nera, il bastone con il pomo d'argento era appoggiato al sedile e in grembo aveva una vecchia borsa di pelle.
«Ricordi» aggiunse. «Sarà il suo amico Patterson a decidere chi convocare e in quale ordine, poi dipenderemo dai giurati che interverranno, e quindi in ultima analisi dipenderà da lei, Kay. Dovrà stabilire un contatto, cercare di accattivarsi le simpatie di dieci o undici estranei nell'attimo stesso in cui metterà piede in quell'aula. Non importa di cosa vorranno parlare con lei: si dimostri disponibile, e niente muri.»
«Ricevuto» dissi.
«Prendere o lasciare: accetta la scommessa?»
«Accetto.»
«Allora, buona fortuna.» Sorrise e mi toccò un braccio.
All'entrata del tribunale fummo bloccati da un agente armato di rilevatore. Ispezionò la mia borsetta e la portadocumenti come aveva già fatto centinaia di volte, quando mi recavo alla sbarra per testimoniare in qualità di medico legale. Questa volta, tuttavia, non mi disse nulla ed evitò accuratamente il mio sguardo. Il bastone di Grueman fece scattare il detector, ma con pazienza e cortesia esemplari lo vidi spiegare che il manico e la punta d'argento non si potevano staccare, e che nella canna di legno scuro non c'era nascosto nulla.
«Ma cosa pensa che ci tenga, una cerbottana?» commentò, mentre salivamo sull'ascensore.
Quando le porte si spalancarono al terzo piano, i giornalisti si avventarono su di noi con la prevedibile foga predatoria. A dispetto della gotta, il mio saggio consigliere si muoveva a passo rapido, puntualmente sottolineato dal ticchettio del bastone. Conservai un sorprendente distacco emotivo fin quando non varcammo la soglia di un'aula quasi deserta, in un angolo della quale vidi seduto Benton Wesley in compagnia di un tizio giovane e snello che sapevo essere Charlie Hale. Il lato destro del suo viso sembrava una mappa stradale solcata da un'infinità di sottili cicatrici rosate. Quando si alzò, infilando deliberatamente la mano destra nella tasca della giacca, vidi che gli mancavano alcune dita. Indossava un completo morbido e sobrio, con cravatta, e si guardava intorno. Nonostante l'impaccio riuscii a sedermi, e cominciai subito a frugare nella mia portadocumenti. Non potevo rivolgergli la parola, ma i tre uomini ebbero sufficiente presenza di spirito da fingere di non aver notato il mio turbamento.
«Vediamo un po' com'è la situazione» esordì Grueman. «Credo che potremo contare sulle testimonianze di Jason Story e di Lucero. E, naturalmente, di Marino. Non ho idea di chi altri convocherà Patterson in questo dibattimento a porte chiuse.»
«Per la cronaca» disse Wesley, guardandomi. «Ho parlato con Patterson. Gli ho detto che questo caso non esiste e che sono disposto a testimoniare in tal senso anche in sede processuale.»
«Veramente noi partiamo dal presupposto che non ci sarà alcun processo» puntualizzò Grueman. «E quando toccherà a lei, faccia presente ai giurati che ha parlato con Patterson dicendogli che il caso non esiste, ma che ciò nonostante lui ha insistito nel procedere. Ogni volta che le rivolgerà una domanda su un argomento che avete già discusso in privato, lo dichiari pubblicamente. "Come le ho già detto nel suo ufficio" o "Come ho già avuto modo di precisare il giorno tale o talaltro" eccetera eccetera.
«Inoltre, è importante che i giurati sappiano che lei non è solo un agente speciale dell'Fbi, ma il capo dell'Unità di scienze comportamentali di Quantico, il cui scopo è studiare i crimini violenti ed elaborare i profili psicologici degli esecutori. Non sarebbe male se dichiarasse anche che la dottoressa Scarpetta non corrisponde sotto alcun aspetto al profilo dell'autore del delitto in questione, e che anzi trova l'ipotesi assurda. E non dimentichi di far presente alla giuria che lei è stato mentore, nonché miglior amico di Mark James. Dica il più possibile spontaneamente, perché di sicuro Patterson non si sprecherà in domande. E faccia in modo che la giuria sappia che Charlie Hale è qui.»
«E se non mi vorranno interrogare?» chiese quest'ultimo.
«In quel caso ci ritroveremo con le mani legate» rispose Grueman. «Come le ho spiegato a Londra, questa seduta sarà il grande show dell'accusa. La dottoressa Scarpetta non ha diritto di presentare alcuna prova, quindi dobbiamo cercare di ingraziarci almeno uno dei giurati.»
«È una parola» commentò Hale.
«Ha portato le copie delle ricevute di versamento e delle tasse pagate?»
«Sì, signore.»
«Molto bene. Anche lei, non aspetti che le chiedano di esibirle: le metta sul tavolo mentre sta ancora parlando. E, a proposito, lo stato di salute di sua moglie è lo stesso da quando abbiamo parlato?»
«Sì, signore. Come le ho detto, ha seguito la procedura della fecondazione in vitro. Per adesso va tutto bene.»
«Ricordi di far sapere anche questo.»
Alcuni minuti più tardi, venni convocata nella sala della giuria.
«Certo, vuole che lei sia dentro per prima» disse Grueman, alzandosi a sua volta. «Dopodiché farà entrare i suoi detrattori, in modo tale da lasciare un cattivo sapore in bocca ai giurati. Se ha bisogno di me, sono qui» disse infine, piazzandosi accanto alla porta.
Annuendo, entrai nella sala e presi posto sulla sedia vuota a un'estremità del tavolo. Patterson era ancora fuori, ma sapevo che si trattava di uno dei suoi trucchi: voleva obbligarmi a sostenere il silenzioso esame di questi dieci estranei nelle cui mani stava il mio benessere futuro. Incrociai lo sguardo di tutti, scambiando addirittura qualche sorriso. Una giovane donna dall'aria seria e con il rossetto vivace decise infine di non attendere l'arrivo del procuratore di stato.
«Come mai ha preferito occuparsi dei morti piuttosto che dei vivi?» mi chiese. «Sembrerebbe un'attività strana, per un medico.»
«In realtà è proprio il mio interesse per i vivi che mi porta a studiare i morti» risposi. «Quello che impariamo dai morti va a beneficio di chi ancora è in vita, e la giustizia riguarda chi resta.»
«Ma non le fa impressione?» volle sapere un vecchio dalle mani grandi e rovinate. Sembrava così partecipe e sincero, da dare l'impressione di soffrire.
«Certo, sì.»
«Quanti anni ha studiato, dopo essersi diplomata alle superiori?» intervenne una robusta donna di colore.
«Diciassette, compresi alcuni seminari nel corso dell'anno in cui lavoravo come ricercatrice.»
«Però!»
«E dov'è andata?»
«A scuola, intende?» dissi rivolta alla giovane donna con gli occhiali.
«Sì.»
«Ho frequentato la Saint Michael's, la Our Lady of Lourdes Academy, la Cornell, la John Hopkins e Georgetown.»
«Suo padre era medico?»
«No, mio padre aveva una piccola drogheria a Miami.»
«Non vorrei mai trovarmi nei panni di un genitore che deve pagare per così tanti anni di scuola.»
Alcuni giurati ridacchiarono sommessamente.
«Sì, ho avuto la grande fortuna di poter studiare» insistetti. «Andare al liceo era già un privilegio.»
«Dunque lei non è di queste parti?»
«Sono nata a Miami.»
«E il nome Scarpetta è spagnolo.»
«Italiano.»
«Uhm, interessante. Credevo che gli italiani fossero tutti scuri e coi capelli neri.»
«I miei antenati erano di Verona, nell'Italia settentrionale, dove gran parte della popolazione ha un po' di sangue francese, austriaco o svizzero nelle vene» spiegai in tono paziente. «Così, molti hanno occhi azzurri e capelli biondi.»
«Scommetto che sa cucinare bene.»
«È il mio passatempo preferito.»
«Dottoressa Scarpetta, la sua posizione non mi è del tutto chiara» disse a un certo punto un uomo distinto, suppergiù della mia età. «Lei è il capo medico legale di Richmond?»
«Dello stato, per la precisione. Abbiamo quattro uffici distrettuali. Quello centrale, qui a Richmond, Tidewater a Norfolk, il Western a Roanoke e il Northern ad Alexandria.»
«Quindi è un caso che il capo si trovi proprio qui a Richmond?»
«Sì. In realtà pare anche la cosa più sensata, visto che il centro di medicina legale dipende dal governo dello stato e l'assemblea legislativa si riunisce a Richmond» replicai, mentre la porta si apriva e Roy Patterson faceva il suo ingresso nella sala.
Era un nero di bell'aspetto e dalle spalle larghe, con capelli rasati che iniziavano a ingrigire. Indossava un doppiopetto blu scuro, e sui polsini della camicia giallo pallido erano ricamate le sue iniziali. Ma Patterson era famoso per le sue cravatte, e quel giorno ne aveva scelta una che sembrava dipinta a mano. Salutò la giuria e si mostrò particolarmente tiepido nei miei confronti.
Scoprii che la giovane con le labbra color rosso fuoco era in realtà primo giurato. Si schiarì la gola e mi informò che non ero obbligata a rispondere, e che qualunque cosa dicessi avrebbe potuto essere usata contro di me.
«Prendo atto» dissi, quindi prestai giuramento.
Patterson si avvicinò alla mia sedia, offrendo sommarie informazioni circa la mia persona e dilungandosi soprattutto sul potere insito nella mia carica e sulla facilità con cui se ne poteva abusare.
«Chi mai potrebbe testimoniare il suo operato?» chiese. «In molte occasioni non c'era nessuno con la dottoressa Scarpetta sul lavoro, a parte la persona che le stava accanto ogni giorno: Susan Story. Purtroppo non vi sarà possibile udire la sua testimonianza diretta in quanto, signore e signori, Susan Story e il suo bambino che ancora doveva nascere sono morti. Tuttavia, vi sono altre persone che potrete ascoltare quest'oggi. Persone che dipingeranno l'impressionante ritratto di una donna fredda e ambiziosa, la costruttrice di un impero nella gestione del quale ha però commesso dei dolorosi errori. Innanzitutto comprando il silenzio di Susan Story. Quindi uccidendo perché tale silenzio non venisse mai infranto.
«E, a proposito di delitto perfetto: quale miglior criminale di colui che per professione risolve i delitti? Certamente un esperto saprebbe che, volendo sparare a qualcuno all'interno di un veicolo, è meglio utilizzare un'arma di piccolo calibro per evitare il rimbalzo di proiettili troppo potenti. Un esperto non si lascerebbe dietro prove leggibili, nemmeno un bossolo vuoto. Un esperto non utilizzerebbe la propria pistola, e cioè un'arma che amici e colleghi sanno che possiede, ma userebbe qualcosa che mai e poi mai potrebbe far risalire al colpevole.
«Addirittura, un esperto del settore potrebbe "prendere in prestito" un revolver dal laboratorio di balistica locale poiché, signore e signori, ogni anno i tribunali confiscano centinaia di armi da fuoco, e alcune di queste vengono donate ai laboratori di balistica dello stato. Per quel che ne sappiamo, la calibro ventidue che fu puntata alla base del cranio di Susan Story potrebbe trovarsi in questo preciso istante appesa a un gancio di qualche laboratorio, o magari nel poligono di tiro sotterraneo dove gli esperti si recano per i test di funzionamento e dove la dottoressa Scarpetta si allena regolarmente. Per inciso, la sua mira sarebbe sufficiente a garantirle l'assunzione in qualsiasi Dipartimento di polizia degli Stati Uniti d'America. E, in passato, la dottoressa Scarpetta ha già ucciso, anche se il caso a cui mi riferisco sembrava giustificato dal principio di autodifesa.»
Perplessa, osservavo le mie mani appoggiate sul tavolo, mentre la stenografa metteva tutto agli atti e Patterson proseguiva la concione. La sua era una retorica eloquente, ma non sapeva riconoscere il momento in cui fermarsi. Quando mi chiese di spiegare la presenza delle mie impronte sulla busta trovata nel cassetto di Susan, l'energia con cui sottolineò quanto inattendibile fosse la mia testimonianza fu tale, che a un certo punto pensai che forse qualcuno fra i giurati si sarebbe chiesto come mai le mie affermazioni non potessero veramente risultare credibili. Poi passò all'argomento denaro.
«Non è forse vero, dottoressa Scarpetta, che il giorno dodici novembre si presentò agli sportelli dell'agenzia locale della Signet Bank, staccando un assegno di diecimila dollari contro contanti?»
«È vero.»
Patterson esitò un istante, visibilmente colto di sorpresa: aveva dato per scontato che mi appellassi al Quinto Emendamento.
«Ed è vero che, in tale occasione, non depositò la somma prelevata su nessuno dei suoi vari conti correnti?»
«Sì, anche questo è vero.»
«Dunque, alcune settimane prima che la sua assistente depositasse in maniera del tutto inspiegabile tremilacinquecento dollari sul proprio conto, lei usciva dalla Signet Bank con in tasca diecimila dollari in contanti?»
«No, signore, le cose non andarono così. Nella mia documentazione finanziaria dovrebbe avere trovato la fotocopia di un assegno circolare per una somma di settemilatrecentodiciotto sterline inglesi. Ho qui la mia copia.» La estrassi dalla valigetta portadocumenti.
Patterson le diede a malapena un'occhiata, chiedendo alla stenografa di mettere agli atti la fotocopia come prova.
«Ora, ciò è molto interessante» riprese poi. «Lei fece un assegno circolare intestandolo a tale Charles Hale. Non si trattava forse di un modo alquanto ingegnoso per mascherare i pagamenti in nero alla sua assistente, e magari anche a qualcun altro? Il suddetto Charles Hale non cambiava per caso le sterline in dollari, smistandoli altrove - magari, come già detto, inviandoli a Susan Story?»
«No» risposi. «E non ho nemmeno spedito l'assegno a Charles Hale.»
«Ah, no?» Parve confuso. «E, allora, cosa ne fece?»
«Lo diedi a Benton Wesley, fu lui a provvedere che venisse inoltrato a Charles Hale. Benton Wesley...»
Non mi lasciò il tempo di proseguire. «Questa storia sta diventando assurda.»
«Signor Patterson...»
«Chi è Charles Hale?»
«Vorrei terminare la frase» dissi.
«Chi è Charles Hale?»
«Mi piacerebbe sentire cosa voleva dire» intervenne uno dei giurati in giacca scozzese.
«Prego» cedette Patterson, con un sorriso gelido.
«Consegnai l'assegno a Benton Wesley. È un agente speciale dell'Fbi, nonché delineatore di profili psicologici dell'Unità di scienze comportamentali di Quantico.»
Una donna sollevò timidamente la mano. «È forse quello di cui ho letto sui giornali, l'esperto che interpellano in occasione di omicidi particolarmente efferati, come quelli di Gainesville?»
«Esatto» risposi. «È un mio collega. Era anche il migliore amico di un mio amico, Mark James, un altro agente speciale dell'Fbi.»
«Dottoressa Scarpetta» si intromise nervosamente Patterson, «diciamo pure le cose come stanno. Mark James era più di un semplice amico.»
«È una domanda, signor Patterson?»
«A parte gli ovvi conflitti d'interesse legati al fatto che il capo medico legale andasse a letto con un agente dell'Fbi, la questione non è pertinente. Dunque non le chiederò...»
Questa volta fui io a interromperlo. «La mia relazione con Mark James era cominciata ai tempi della scuola di legge. Non c'erano conflitti d'interesse e, per la cronaca, obietto a che il procuratore di stato faccia allusioni a eventuali persone con cui sono andata a letto.»
La stenografa prese nota.
Ero praticamente abbarbicata al bordo del tavolo, le nocche delle mani esangui.
«Chi è Charles Hale» tornò a chiedere Patterson, «e per quale ragione gli fece pervenire la somma di diecimila dollari?»
Mi balenarono in mente le cicatrici rosa-violacee e due dita attaccate a un moncherino dalla pelle lucida e arrossata.
«Era un bigliettaio della Victoria Station di Londra» spiegai.
«Era?»
«Lo è stato fino a lunedì diciotto febbraio, quando esplose la bomba.»
Nessuno mi aveva avvisato. Per tutto il giorno avevo sentito le notizie alla radio e in tv, ma soltanto il diciannove, alle due e quarantuno di notte, squillò il mio telefono. A Londra erano le sei e quarantuno del mattino, e Mark era già morto da quasi un giorno. Ero talmente intontita, da non riuscire quasi a capire quello che Benton mi stava dicendo.
«Ma era ieri, l'ho letto sul giornale. Nel senso che c'è stata un'altra bomba?»
«No, Kay, l'esplosione è avvenuta ieri mattina, in piena ora di punta, ma di Mark l'ho saputo solo adesso. Me l'ha appena comunicato il nostro attaché legale a Londra.»
«Ne sei sicuro? Ne sei assolutamente sicuro?»
«Sono profondamente addolorato, Kay.»
«L'hanno identificato con certezza?»
«Con assoluta certezza.»
«Allora sei sicuro. Voglio dire...»
«Senti, sono a casa, Kay. Potrei raggiungerti nel giro di un'ora.»
«No, no.»
Tremavo come una pazza, ma non ero riuscita a piangere. Avevo passeggiato avanti e indietro per la casa, gemendo piano e torcendomi le mani.
«Ma lei non conosceva questo Charles Hale prima dell'attentato, dottoressa Scarpetta. Perché mai spedirgli diecimila dollari?» Patterson si asciugò la fronte con un fazzoletto.
«Lui e la moglie desideravano un figlio, ma non potevano averne.»
«E come mai conosceva un dettaglio così intimo della vita di un estraneo?»
«Fu Benton Wesley a dirmelo, così gli consigliai di rivolgersi al Bourne Hall, il centro più all'avanguardia per la fecondazione in vitro. Questa pratica però non è coperta dal sistema sanitario inglese.»
«Tuttavia, la bomba esplose in febbraio. Perché aspettò fino a novembre per mandargli quei soldi?»
«Sono venuta a sapere del problema soltanto nell'autunno scorso, quando l'Fbi mandò al signor Hale una foto segnaletica da identificare e non so come si apprese di questa difficoltà. Io avevo già pregato spesso Benton Wesley di avvertirmi se mai si fosse presentata l'occasione di aiutare il signor Hale.»
«Quindi lei si sarebbe assunta la responsabilità di finanziare la fecondazione in vitro di due estranei?» chiese Patterson, come se gli avessi appena detto che credevo nei folletti.
«Esatto.»
«Per caso è una santa, dottoressa Scarpetta?»
«No.»
«Allora la prego di spiegarci il motivo che l'ha indotta a compiere questo gesto.»
«Charles Hale aveva cercato di aiutare Mark.»
«Aveva cercato di aiutarlo?» mi fece eco Patterson, camminando avanti e indietro per la sala. «Aveva cercato di aiutarlo a comprare un biglietto, a prendere un treno o a trovare la toilette degli uomini? Può essere più chiara, per favore?»
«Mark rimase cosciente, per un po'. Charles Hale giaceva lì vicino, gravemente ferito, e tuttavia cercò di rimuovere le macerie sotto cui Mark era sepolto. Gli parlò, si tolse la giacca e gliela mise intorno... insomma, cercò di fermare l'emorragia. Fece tutto quel che poté. Niente avrebbe potuto salvare Mark, ma almeno non rimase solo, e io sono immensamente grata al signor Hale per questo. Presto una nuova vita verrà al mondo, e sono felice di aver potuto fare qualcosa per sdebitarmi. È un'idea che mi dà forza. No, non sono una santa, ma tutto questo mi aiuta a trovare un senso. È stato anche un mio bisogno, e aiutando gli Hale ho aiutato me stessa.»
Il silenzio era tale, che la sala avrebbe anche potuto essere deserta.
La donna con il rossetto vivace si sporse leggermente in avanti, per richiamare l'attenzione di Patterson.
«Immagino che il signor Charles Hale sia in Inghilterra, in questo momento. Ma mi chiedevo se per caso non potessimo sentire Benton Wesley.»
«Non è necessario scegliere» dissi io, «dal momento che sono entrambi qui.»
Quando il primo giurato comunicò a Patterson che la giuria d'accusa aveva espresso parere negativo, io non ero presente. Così come non ero presente quando la notizia venne comunicata a Grueman. Al termine della mia deposizione, infatti, ero partita alla disperata ricerca di Marino.
«L'ho visto uscire dal bagno degli uomini mezz'ora fa» disse un agente in uniforme che fumava una sigaretta vicino a un distributore d'acqua.
«Non potrebbe cercarlo via radio?» lo supplicai.
L'agente si strinse nelle spalle e sganciò la radio dalla cintura, chiedendo alla centralinista di rintracciare Marino. Marino non rispose.
Allora imboccai le scale e uscii di corsa. In macchina feci scattare la sicura delle portiere, misi in moto, poi afferrai il cellulare e composi il numero della centrale, che si trovava esattamente di fronte al palazzo di giustizia. Mentre un investigatore mi riferiva che Marino non si trovava lì, mi diressi nel posteggio posteriore cercando la sua Ford LTD bianca. Niente da fare. Allora mi fermai in un posto riservato e chiamai Neils Vander. «Ricordi la rapina sulla Franklin e le impronte che hai analizzato poco tempo fa? Quelle che riportavano a Waddell?»
«La rapina dove rubarono il gilet in piumino di edredone?»
«Proprio quella.»
«Sì, me la ricordo.»
«In quel caso, ti consegnarono anche le impronte digitali del proprietario, a scopo di esclusione?»
«No. Solo le latenti rilevate sul posto.»
«Grazie, Neils.»
Richiamai la centralinista.
«Per favore, potrebbe dirmi se il tenente Marino è di servizio oggi?» chiesi.
La donna ritornò poco dopo all'apparecchio. «Sì, è di servizio.»
«Bene. Allora cerchi di scoprire dov'è finito, per piacere. E gli dica che sono la dottoressa Scarpetta, e che è urgente.»
Un minuto più tardi, la voce della centralinista tornò a farsi sentire. «È alla stazione di rifornimento della municipale.»
«Gli dica che lo raggiungo lì fra due minuti.»
La stazione di rifornimento della polizia municipale, rigorosamente self-service, si trovava in uno squallido spiazzo d'asfalto circondato da catenelle. Non c'erano addetti, né bagni, né distributori automatici di bevande, e l'unico modo per pulirsi il parabrezza era portarsi da casa un rotolo di carta e una spugna. Marino stava riponendo la tessera della benzina nel taschino con cerniera dove la teneva abitualmente. Accostai e lui scese dalla macchina, appoggiandosi al mio finestrino.
«Ho appena sentito la notizia alla radio.» Non riuscì a contenere un sorriso. «Dov'è Grueman? Voglio stringergli la mano.»
«L'ho lasciato in tribunale con Benton. Cosa è successo?» All'improvviso mi colse un senso di vertigine.
«Non lo sai?» ribatté lui, incredulo. «Merda, capo: ti hanno scagionata, ecco cosa succede. In tutta la mia carriera, mi sarà successo sì e no due volte di assistere a una cosa del genere. La giuria d'accusa che scagiona l'imputato!»
Inspirai profondamente e scossi la testa. «Immagino che dovrei mettermi a ballare dalla gioia. Però adesso non me la sento.»
«Probabilmente non me la sentirei neanch'io.»
«Senti, come si chiamava il tizio che ha denunciato il furto del gilet di piumino?»
«Sullivan. Hilton Sullivan. Perché?»
«Nel corso della mia deposizione, Patterson ha avuto il coraggio di insinuare che per sparare a Susan potevo avere usato un'arma sottratta al laboratorio di balistica. In altre parole, ha illustrato i pericoli legati all'uso di un'arma personale, perché se e quando l'arma viene ritrovata, il proprietario deve rispondere a un sacco di domande.»
«Sì, ma cosa c'entra tutto questo con Sullivan?»
«Quando si è trasferito in quell'appartamento?»
«Non lo so.»
«Vedi, se io fossi furba e volessi uccidere qualcuno con la mia Ruger, andrei a denunciarne la scomparsa alla polizia prima di commettere il delitto. A quel punto, se per qualche ragione la pistola venisse ritrovata - metti che, presa dal panico, decida di gettarla via - la polizia risalirebbe naturalmente a me, ma io potrei dimostrare, denuncia alla mano, che al momento del crimine la pistola non era più in mio possesso.»
«Stai forse dicendo che Sullivan potrebbe avere sporto una falsa denuncia? E che non c'è stato nessun furto?»
«Sto solo dicendo che forse dovremmo prendere in considerazione questa ipotesi. Il fatto che non avesse un sistema d'allarme e che una finestra fosse rimasta aperta è molto comodo. Così come è comodo rompere le scatole agli agenti, che alla fine sono solo felici di vederti andar via e certo non tornano a prenderti le impronte a scopo d'esclusione. Soprattutto se sei tutto vestito di bianco e hai già avuto da ridire per la polvere nera che ti hanno sparso per la casa. Il punto a cui voglio arrivare è: come facciamo a sapere che le impronte ritrovate in casa di Sullivan non fossero proprio le sue? In fondo lui ci vive, lì, quindi l'appartamento ne sarà letteralmente tappezzato.»
«E l'AFIS le ha identificate come quelle di Waddell.»
«Esatto.»
«Ma allora, se è così, perché mai Sullivan avrebbe dovuto chiamare la polizia rispondendo all'articolo civetta sui furti di capi in piumino?»
«Come ha detto Benton, questo è uno a cui piace giocare. Adora tenere in ballo la gente e si eccita a camminare sull'orlo del precipizio.»
«Maledizione. Posso usare un attimo il tuo telefono?»
Fece il giro della macchina e si sedette dalla parte del passeggero. Compose il numero del servizio informazioni abbonati e si fece dare il numero della portineria di Sullivan. Quando il custode rispose, Marino gli chiese quanto tempo prima Sullivan avesse acquistato l'appartamento.
«Be', e allora chi?» lo sentii ribattere. Poi scarabocchiò qualcosa sul blocchetto. «Che numero e di fronte a quale strada? Okay. E la macchina? Sì, se ce l'ha.»
Dopo aver riappeso, mi guardò. «Cristo! Quello non ha nessun appartamento. Il proprietario è un uomo d'affari, e Sullivan l'ha affittato la prima fottuta settimana di dicembre, capisci? Per l'esattezza, pagò il deposito il giorno sei.» Aprì la portiera, aggiungendo: «E guida un furgone Chevy blu scuro. Uno di quelli vecchi, senza finestrini».
Mi seguì fino alla centrale, dove lasciammo la mia macchina nel posto riservato di Marino. Quindi ripartimmo di gran carriera, diretti alla Franklin.
«Speriamo che il custode non l'abbia avvisato» gridò Marino, cercando di sovrastare il rombo del motore.
Quando rallentò, ci trovavamo di fronte a un palazzo in mattoni di otto piani.
«Il suo appartamento dà sul retro, quindi non credo che possa vederci» spiegò, guardandosi intorno. Poi infilò una mano sotto il sedile ed estrasse la nove millimetri che teneva come riserva oltre alla .357 nascosta nella fondina ascellare. Mise in tasca un paio di cartucce extra, si infilò la seconda pistola nella cintura dei pantaloni, contro le reni, poi aprì la portiera.
«Senti, se prevedi una guerra, io preferirei aspettarti in macchina» dissi.
«Se scoppia la guerra ti lancio la mia tre e cinquantasette con un paio di caricatori veloci di ricambio, e sarà meglio che tiri fuori la tua super-mira, capo, tanto per non smentire Patterson. Comunque, tieniti sempre alle mie spalle.» Arrivato in cima alle scale, suonò il campanello del citofono. «Ma non credo che sia in casa.»
Un attimo dopo, la serratura scattò e il portone si aprì. Un uomo anziano dalle sopracciglia grigie e cespugliose si identificò come il custode con cui Marino aveva parlato al telefono.
«Sa se c'è?» chiese Marino.
«Non ho idea.»
«Allora saliamo a controllare.»
«Non c'è bisogno che saliate. Abita su questo piano.» Il custode indicò la direzione. «Seguite quel corridoio e prendete la prima a sinistra. È un appartamento d'angolo, proprio in fondo. Numero diciassette.»
Il palazzo trasudava una sorta di lusso sobrio ma stanco, e ricordava quegli alberghi in cui non si ha mai tanta voglia di fermarsi, perché le stanze sono troppo piccole, gli interni troppo scuri e le pareti un po' scrostate. Notai alcune bruciature di sigaretta sulla moquette rosso scuro, le pareti erano nere e macchiate. Sulla porta dell'appartamento d'angolo di Hilton Sullivan spiccava un diciassette in ottone. Non c'era spioncino, e quando Marino bussò si udirono dei passi all'interno.
«Chi è?» chiese una voce.
«Manutenzione stabile» rispose Marino. «Dobbiamo cambiare i filtri dei termosifoni.»
La porta si aprì, e nel preciso istante in cui vidi quegli occhi azzurri e intensi e loro videro me sentii il respiro mozzarmisi in gola. Hilton Sullivan cercò di richiudere la porta, ma il piede di Marino lo precedette, bloccandola.
«Togliti!» mi gridò, sfilando la pistola e piegandosi di lato, nel tentativo di allontanarsi il più possibile dalla fessura.
Mi lanciai nel corridoio, mentre Marino sferrava un calcio alla porta facendola sbattere rumorosamente contro la parete. Entrò spianando la pistola, e io rimasi immobile dov'ero, temendo e al tempo stesso aspettando la scarica di colpi che sarebbe seguita. Passarono alcuni minuti. Poi sentii Marino farfugliare qualcosa nella sua radio portatile, e subito dopo riapparve, sudato e paonazzo dalla rabbia.
«Non ci posso credere! Quel fottuto se l'è data a gambe dalla finestra e si è dileguato. Maledetto figlio di puttana. Il furgone è nel posteggio, per cui è scappato a piedi. Ho diffuso l'allarme a tutte le unità della zona.» Si asciugò la faccia con la manica della giacca, ansimando.
«Pensavo che fosse una donna» mormorai.
«Cosa?» Marino mi guardò.
«Quando sono andata da Helen Grimes, lui era lì. È venuto a dare un'occhiata mentre parlavamo sulla veranda. Pensavo che fosse una donna.»
«Sullivan era a casa di Helen l'Unna?» ripeté Marino.
«Ne sono assolutamente certa.»
«Ma non ha senso!»
Invece ce l'aveva. E lo capimmo quando iniziammo a guardarci intorno nell'appartamento. Era arredato con mobili antichi e tappeti preziosi, che Marino disse appartenere al proprietario, e non a Sullivan, come da dichiarazioni del custode. Dalla camera da letto giungevano le note di un brano jazz, e proprio lì trovammo il famoso gilet di piumino, appoggiato sul letto vicino a una camicia di velluto beige e a un paio di jeans ordinatamente ripiegati. Le scarpe da tennis e le calze erano sul tappeto. Sul cassettone in mogano erano appoggiati un cappello con la visiera verde e un paio di occhiali da sole, oltre a una camicia azzurra da uniforme con il distintivo di Helen Grimes ancora appuntato sul taschino. Sotto la camicia era nascosta una voluminosa busta di fotografie, che Marino passò in rassegna mentre io guardavo in silenzio.
«Cristo santo» continuava a mormorare.
Una dozzina abbondante di foto ritraevano Hilton Sullivan nudo e legato, ed Helen Grimes nei panni della sadica padrona. Uno degli scenari preferiti sembrava essere quello in cui Sullivan sedeva su una sedia mentre lei recitava il ruolo dell'inquisitore, bloccandolo da dietro con un braccio intorno al collo o infliggendogli altre punizioni. Sullivan era un bellissimo ragazzo biondo, con un corpo asciutto e snello che sospettai possedere una forza sorprendente. Certo era agile. Trovammo anche una fotografia del cadavere insanguinato di Robyn Naismith appoggiato contro il televisore, in sala, e un'altra in cui giaceva su un lettino d'acciaio all'obitorio. Ma quello che più di tutti mi sconvolse fu un ritratto in primo piano di Sullivan: il suo volto era assolutamente privo d'espressione, gli occhi gelidi come immaginavo li avesse mentre uccideva.
«Forse adesso sappiamo come mai era così simpatica a Donahue» disse Marino, rimettendo le foto nella busta. «Perché qualcuno deve pur averle scattate, e la moglie di Donahue mi disse che l'hobby del marito era la fotografia.»
«Helen Grimes deve sapere chi è in realtà Hilton Sullivan» commentai. In quel momento udimmo le sirene.
Marino sbirciò fuori della finestra. «Bene. È arrivato Lucero.»
Esaminai il gilet appoggiato sul letto, e da un minuscolo strappo nella cucitura vidi fare capolino una piuma bianca.
Arrivarono altre macchine. Ci fu un gran sbattere di portiere.
«Noi ce ne andiamo» disse Marino, appena Lucero entrò nell'appartamento. «Sequestrate il furgone.» Poi si voltò verso di me. «Capo, ti ricordi come si arriva a casa di Helen Grimes?»
«Certo.»
«Allora andiamo a fare due chiacchiere con la signora.»
Helen Grimes non aveva molto da dire.
Quando arrivammo a casa sua, tre quarti d'ora più tardi, trovammo la porta anteriore aperta ed entrammo. I termosifoni erano al massimo: avrei riconosciuto quell'odore anche in capo al mondo.
«Cristo santissimo» mormorò Marino non appena mise piede in camera.
Il corpo decapitato, ancora in uniforme, era stato sistemato su una sedia contro il muro. Solo tre giorni più tardi il contadino che abitava nella fattoria dall'altra parte della strada trovò il pezzo mancante. Non capiva come mai qualcuno potesse aver abbandonato la custodia di una palla da bowling proprio in mezzo al suo campo. Ma si pentì amaramente di averla aperta per guardare.
EPILOGO
Il giardinetto sul retro della casa di mia madre, a Miami, si trovava metà all'ombra e metà in un tiepido sole, e la porta a zanzariera era incorniciata dalla rigogliosa massa rossa di un ibisco. Il suo albero di limetta vicino allo steccato era carico di frutti, mentre quelli dei vicini apparivano ancora spogli, o addirittura morti; un fatto che davvero non mi spiegavo, poiché avevo sempre sentito che per far crescere bene le piante occorre rivolgere loro parole gentili, non critiche e insulti.
«Katie?» chiamò mia madre dalla finestra della cucina. Udii l'acqua scrosciare nel lavandino. Inutile rispondere.
Lucy mangiò la mia regina con una torre. «Sai» dissi, «odio veramente giocare a scacchi con te.»
«E allora perché continui a chiedermelo?»
«Io? Ma se sei tu che mi obblighi! E una partita non ti basta mai, per giunta.»
«È solo perché voglio concederti la possibilità di rifarti. Invece ogni volta te la lasci scappare.»
Sedevamo una di fronte all'altra, al tavolo sul patio. I cubetti di ghiaccio nella nostra limonata si erano ormai sciolti, e mi sentivo leggermente scottata dal sole.
«Katie? Vi spiacerebbe interrompervi un attimo e andare a comprarmi il vino?» disse mia madre, sporgendosi dalla finestra.
Osservai la forma della sua testa e il contorno tondeggiante del viso. Ci fu uno sbattere di ante della credenza, poi squillò il telefono. Era per me, ma mia madre si limitò a passarmi il telefono portatile dalla porta.
«Sono Benton» disse la voce familiare. «Vedo qui sul giornale che dalle vostre parti il tempo è magnifico. Da noi invece piove e ci sono sette gradi. Mica male, eh?»
«Mi fai quasi venire nostalgia di casa.»
«Mi sa che ci siamo, Kay. Abbiamo un'identificazione. Si è dato un bel daffare, ha falsificato tutto ad arte. È riuscito a entrare in un negozio d'armi e ad affittare un appartamento senza che nessuno gli chiedesse nulla.»
«Ma dove ha preso i soldi?»
«Denaro di famiglia. O forse aveva da parte qualcosa. In ogni caso, dopo alcuni controlli dei registri della prigione e qualche utile chiacchierata in giro, è emerso che il signor Hilton Sullivan in realtà si chiama Temple Brooks Gault. È originario di Albany, Georgia. Il padre è proprietario di una piantagione di pecan, uno con parecchi soldi. In un certo senso, Gault ha un profilo tipico: ossessionato dalle armi, dai coltelli, dalle arti marziali e consumatore di pornografia violenta. Un tipo antisociale, insomma.»
«E in che senso sarebbe invece atipico?» chiesi.
«Nel senso che pare essere del tutto imprevedibile. In realtà, non corrisponde ad alcun profilo univoco e preciso, Kay. Quest'uomo esula un po' da tutti i canoni: se qualcosa colpisce la sua fantasia, la fa senza pensarci troppo. È estremamente vanitoso e narcisista. I capelli, per esempio: se li schiarisce da solo. Nel suo appartamento abbiamo trovato le tinture, i fissatori e tutto l'armamentario. E poi presenta delle contraddizioni, come dire... strane.»
«Cioè?»
«Per esempio, ha questo vecchio furgone di seconda mano, comprato da un imbianchino. Be', a quanto pare non l'ha mai lavato né pulito, nemmeno dopo averci ucciso Eddie Heath. A proposito, abbiamo ottimi indizi, tra cui le analisi del sangue ritrovato: corrisponderebbe a quello del ragazzo. Questo, comunque, e qui volevo arrivare, è un indice di disorganizzazione. Tuttavia, Gault aveva eliminato ogni impronta dentaria e si era fatto scambiare le impronte digitali, capisci, e questi elementi sono indici di un'estrema organizzazione.»
«Precedenti penali?»
«Una condanna per omicidio colposo. Due anni e mezzo fa se la prese con un tizio in un bar di Abingdon, in Virginia, e lo colpì con un calcio alla testa. Per tua informazione, è cintura nera di karate.»
«Nuovi sviluppi nelle ricerche?» Lanciai un'occhiata a Lucy, che stava preparando la scacchiera per un'altra partita.
«Nessuno. Ma, per quanto riguarda noi, coinvolti in questo caso, ripeterò quello che ho già detto: quest'uomo non conosce la paura, Kay, segue ciecamente i propri istinti e dunque è praticamente impossibile prevedere le sue mosse.»
«Ho capito.»
«Non abbassare mai la guardia, d'accordo?»
Il problema, pensai, era che in un caso simile non esistevano precauzioni realmente adeguate.
«Dobbiamo restare sempre all'erta.»
«Capisco» ripetei.
«Donahue non si era reso conto di che razza di belva stava sguinzagliando per la città. O, per essere più precisi, non se n'era reso conto Norring. Anche se non credo che sia stato il nostro buon governatore a sceglierlo di persona. Semplicemente voleva riavere la sua borsa, e forse allungò a Donahue una bustarella dicendogli di occuparsene lui. Norring la passerà liscia, ne sono sicuro: ha fatto le cose per bene, e chi sapeva ormai non può più parlare.» Fece una piccola pausa. «Be', naturalmente restiamo sempre io e il tuo avvocato.»
«Che vuoi dire?»
«È chiaro che per lui sarebbe stata una bella vergogna, se fosse trapelata la notizia della valigetta portadocumenti rubata in casa di Robyn Naismith. Grueman ha avuto un piccolo incontro tête-à-tête con lui: pare che Norring sia trasalito, quando en passant gli ha detto che doveva essere stata un'esperienza atroce andarsene da solo al pronto soccorso la sera prima della morte di Robyn.»
Dopo aver controllato alcuni vecchi giornali e aver scambiato quattro chiacchiere con gli infermieri di vari ospedali della città, avevo infatti scoperto che, la sera prima dell'omicidio di Robyn Naismith, Norring era stato curato all'Henrico Doctor's in seguito all'auto-somministrazione di un'iniezione di epinefrina nella coscia sinistra. Aveva infatti avuto una forte reazione allergica a un piatto cinese acquistato in un take away, di cui la polizia aveva poi ritrovato i contenitori fra la spazzatura della Naismith. La mia teoria era che un gamberetto fosse inavvertitamente finito negli involtini primavera o in qualche altro cibo consumato a cena dai due amanti. Norring aveva dunque avuto un inizio di shock anafilattico, era ricorso a una delle sue Epi-Pen - forse una che teneva di scorta a casa di Robyn - e quindi si era recato da solo in ospedale. Ma, nell'agitazione, aveva dimenticato la borsa portadocumenti.
«Personalmente» dissi, «mi basterebbe che Norring si tenesse alla larga.»
«Be', sai, pare che ultimamente abbia accusato problemi di salute in seguito ai quali avrebbe deciso di dimettersi per cercarsi un lavoro meno logorante nel settore privato. Magari sulla West Coast. Sono sicuro che non ti darà più fastidio. E nemmeno Ben Stevens ti ronzerà più intorno. Tanto per cominciare, come Norring ha un bel daffare a guardarsi le spalle per non cadere sotto i colpi di Gault. Vediamo un po'... le ultime voci lo vogliono a Detroit. Lo sapevi?»
«Non è che per caso ci hai pensato anche tu, a minacciarlo?»
«Sai che io non minaccio mai nessuno, Kay.»
«Ma se sei una delle persone più minacciose che abbia mai conosciuto.»
«Significa forse che rifiuterai di lavorare con me?»
Lucy stava tamburellando con le dita sul tavolo, la guancia appoggiata al pugno chiuso.
«Lavorare con te?» dissi.
«Vedi, in realtà è per questo che ti ho chiamato, ma so che devi pensarci sopra. In ogni caso, ci piacerebbe darti il benvenuto a bordo come consulente dell'Unità di scienze comportamentali. Si tratterebbe di un paio di giorni al mese, non di più, anche se di tanto in tanto capitano sempre i periodi di piena. Dovresti rivedere i particolari forniti da medici e avvocati per assisterci nel delineamento dei profili. Le tue interpretazioni ci sarebbero di grande aiuto, capisci, e poi forse hai già saputo che il professor Elsevier, il nostro consulente patologo da cinque anni, andrà in pensione a partire dal primo di giugno.»
Lucy versò il suo bicchiere di limonata sull'erba, si alzò e si stirò.
«Devo pensarci, Benton. Il mio ufficio è ancora così sottosopra. Dammi il tempo di trovare un nuovo assistente e un amministratore, almeno potrò far ripartire il lavoro. Per quando ti occorre una risposta?»
«Diciamo entro marzo?»
«Mi sembra ragionevole. Saluti anche da parte di Lucy.»
Quando riappesi, mia nipote mi lanciò un'occhiataccia. «Perché dici le cose anche quando sai che non sono vere? Io non gli ho affatto mandato i miei saluti.»
«Ma avresti tanto voluto farlo» ribattei. «Ti si leggeva in faccia.»
«Katie?» Mia madre ricomparve alla finestra. «Dovresti proprio rientrare, adesso. Sei stata fuori tutto il pomeriggio. Ti sei messa la crema a schermo totale?»
«Stiamo all'ombra, nonna» gridò Lucy. «Siamo sotto il grande ficus.»
«A che ora ha detto che veniva, tua madre?»
«Appena il suo amico avrà finito di scoparla» rispose mia nipote.
La faccia di mia madre scomparve dalla finestra, e nel lavandino riprese a scrosciare l'acqua.
«Ma Lucy!» sibilai.
Per tutta risposta fece uno sbadiglio, e si diresse verso il bordo del prato per catturare l'ultimo raggio di sole. Rivolse il viso verso la palla infuocata, e chiuse gli occhi.
«Lo farai, vero zia Kay?» disse.
«Farò cosa?»
«Qualsiasi cosa il signor Wesley ti abbia chiesto.»
Cominciai a rimettere i pezzi nella scatola.
«Chi tace acconsente» commentò Lucy. «Lo so. Lo farai.»
«Piantala, dai. Andiamo a prendere il vino, piuttosto.»
«Solo se potrò berlo anch'io.»
«Solo se stasera non devi andare da nessuna parte in macchina.»
Mi passò un braccio intorno alla vita e rientrammo in casa insieme.
FINE